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Alla memoria di Giorgio Vittorini

In ricordo di Giorgio

di Carla Poma

Mi sono accinta a scrivere queste poche righe in ricordo di Giorgio sotto lo stimolo pressante di una domanda: perché Giorgio era così amato?

Amato dalla famiglia di origine, protetto e adorato, amato dalla moglie e dai figli, dai nipoti, dagli amici, in azienda dai collaboratori, dai dirigenti, dagli operai, senza distinzione di classe, di posizione, di anzianità di servizio.

Mi sono data una risposta semplice nella sua ovvietà: perché Giorgio non si poteva non amare.

Mia madre lo definiva “un pezzo d’uomo”, mio padre “una roccia”, con riferimento al suo fisico possente, certo, ma anche a una particolare resistenza allo stress, al carico di responsabilità che si assumeva, ai cicli negativi del mercato che in azienda doveva fronteggiare.

Eppure questa roccia, questo “pezzo d’uomo” aveva una levità tutta sua, un suo modo “morbido” di stare al mondo, una delicatezza di tatto e di contatto che cozzavano con la caratterizzazione “coriacea” per la quale era più superficialmente conosciuto e apprezzato.

Lieve era Giorgio – delicato, educato, giusto, gentile, generoso, accogliente – e al contempo solido, strutturato, affidabile.

Una persona disposta a camminare a fianco dei propri figli, ma non a prevaricarli, che pareva dir loro in ogni istante «Io ci sarò quando avrete bisogno di me, ma se non avrete necessità del mio aiuto, questa sarà la migliore dimostrazione del fatto che vi ho curato e cresciuto nel modo giusto».

Un tratto lieve che si esprimeva anche nell’affermazione delle proprie convinzioni: Giorgio non lo negava, era un conservatore, un custode geloso delle tradizioni, un uomo diffidente delle innovazioni: eppure raramente ho incontrato una persona così liberale, così laica, così tollerante verso idee e opinioni anche molto lontane dalle sue.

Una levità connotata da un sense of humour, da una ironia sottile, poco diffusa, debbo dire, in una popolazione – quella abruzzese – piuttosto schiva e chiusa, orgogliosa e ispida.

Un’ironia che smontava e disarmava chi lo voleva attaccare, testimonianza di quella “intelligenza emotiva” che aveva consentito a Giorgio di tessere relazioni e creare una solida rete di contatti con gli attori della sua galassia professionale.

Perché era il lavoro la sua ragione di vita, la sua amata azienda che aveva ereditato dal padre e che aveva contribuito – assieme al fratello – ad ampliare, consolidare, espandere.

Un’azienda cui aveva dedicato i giorni, le ore, le energie, perché alla fiducia in lui riposta dal padre riteneva di dover rispondere – con atteggiamento etico quasi protestante – dimostrandosi all’altezza del privilegio ricevuto.

Ed è forse per questo che la malattia l’ha colto nel momento in cui questa cara consuetudine all’esercizio quotidiano del dovere veniva da lui abbandonata, suo malgrado, ma alla luce di una pacata riflessione sull’opportunità di passare il testimone: una decisione che aveva tolto un pezzetto di senso alla sua esistenza.

Eppure la malattia, questa obnubilazione dei sensi e della memoria che ti proietta in un altrove difficilmente identificabile e sdogana gli aspetti più aggressivi della personalità, non aveva avuto il sopravvento su Giorgio.

Su Giorgio il deterioramento neuronale aveva invece liberato la sua natura più vera e autentica, fatta di dolcezza: il sorriso, un sorriso tenero, disteso, costante, si era stampato sul suo volto, e confortava i familiari a suo fianco.

Quel sorriso, quella espressione serena, è ciò che mi piace di lui ricordare.

Forse ci guardava tutti già da lontano, forse rideva delle nostre piccole e stupide angosce quotidiane, forse aveva ragione lui: sono poche le cose che contano veramente. Una bella famiglia, i figli, un lavoro che appassiona, una tavola apparecchiata con tanti amici attorno.

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