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Le vite invisibili del Vajont e L’Aquila

di Raffaella De Nicola

Forse è stata la nostra terra, chiaroveggente nel dolore, a chiamarli, quei visi vissuti, il capo coperto da un fazzoletto nero, le grandi mani rugose, quei volti patiniani che potevano essere delle nostre montagne ed invece parlavano veneto e venivano da lontano, 900 chilometri a nord, dal Bellunese, giunti all’Aquila per testimoniare o accompagnare le 530 parti lese del disastro del Vajont.

Forse è stata l’antica faglia del Gran Sasso a dialogare con la frattura preistorica del monte Toc, quella che poi il 9 ottobre del 1963 si sarebbe spaccata facendo franare la montagna, 266 milioni di metri cubi di roccia e terra, da sempre pericolosa secondo studi programmatici dei geologici, scavalcare la diga dall’onda gigantesca e provocare il più immane disastro dell’uomo: “[i]l’equivalente di due bombe atomiche della potenza di quella di Hiroshima. Una strage. Dove c’era un valle, ora c’è una montagna che le si è ficcata dentro[/i]”.

Forse sono stati i destini delle due terre, Belluno e L’Aquila, a chiamare qui, già nel 1968, il più “[i]clamoroso dei processi per una catastrofe da genesi[/i]” giudicare l’allarme non dato, quei maledetti silenzi, anche se si sapeva, e unire così, a distanza di 46 anni, i destini dei sopravvissuti delle due terre, il 1963 con il 2009.

Scendevano, allora, dai pullman, sono le foto in bianco e nero a dircelo e si adattavano ad alloggiare negli uffici del tribunale presidiato dalle forze dell’ordine, piene le strutture ricettive aquilane di avvocati e giornalisti, con le foto dei familiari strette nel petto, lo sguardo di chi è morto in una notte nonostante sia vivo, e rimanere sino all’ultima udienza in cerca di giustizia: frana, inondazione e omicidio colposo plurimo nei due gradi del processo iniziato a L’Aquila per “[i]legittima suspicione[/i]”, mancanza di serenità nel luogo dove avrebbe dovuto tenersi, Belluno, la loro terra, la valle del Piave.

Nei loro ricordi i rumori sordi di una montagna che scricchiola, si muove, sibila, caccia fuori la propria voce, si vuole rivelare, li avvisa, li tiene in ansia, allarma i paesi di Longarone, Erto, Casso, Castellavezzo, Codissago.

Di contro solo l’immane silenzio di quegli uomini quelli della diga, rassicurante in fondo per chi di loro si fidava, nonostante i vizi del bacino fossero già stati palesati in tutta la gravità dai periti per un disastro “[i]non solo prevedibile ma previsto[/i]”, ma qui siamo nel 1970, i paesi sono ormai scomparsi e i 2000 morti sono pianti già da 7 anni.

Ma qualcosa in quelle mura del tribunale dell’Aquila è rimasto se è vero che nel destino di una terra vi è scritto anche quello dell’uomo in un rapporto di mutua reciprocità.

Lì, nelle aule affollate, da una parte i reporter, i fotografi accalcati, le schiere di avvocati concitati e dall’altra, oltre la linea invalicabile del dolore, i familiari e le loro parole silenziose, nel 1968 venivano snodati 116 quintali d’incartamento e 144 sedute mentre le parti lese chiedevano, prima che il giudizio su quelle terre trasformate da boschi a melma fosse emesso, di non “[i]rilasciare patenti ad uccidere[/i]”.

Poi l’attesa, lunga lenta, delle cinque ore di camera di consiglio, la tensione, la speranza, le foto che si stringevano in una richiesta muta e dignitosa di giustizia, la lettura della sentenza, il grido che esplodeva rabbioso di “[i]assassini, assassini[/i]”, come l’onda anomala dell’idrocausto, a sommergere quella sentenza amara come l’acqua avvelenata, niente affatto risarcitoria, le pene ambiguamente lievi, in quel processo che vide lo Stato sia giudice che imputato e che apriva l’osceno scenario sui business delle tragedie.

Ma qualcosa è rimasto in quelle aule, ha continuato ad incrociare il Toc ed il Gran Sasso, le fratture che scendono a valle o si aprono con le faglie, le volontà comuni di chi non accetta rimozioni di memoria, il silenzio delle vittime, le parole dei colpevoli.

Ed è arrivato, qualcosa è arrivato, se la terra ha continuato a parlare, in un delirio di chiaroveggenza, e se, e veniamo ai nostri giorni, le due tragedie del Vajont e del sisma aquilano hanno ripercorso lo stesso scenario di vite invisibili, di avvenimenti non così imprevedibili, o addirittura previsti, lo stesso linguaggio processuale, gli stessi termini e gli stessi, inascoltati, avvertimenti della voce della terra con i suoi sibili e tremori, nel giudizio che con linguaggio moderno di “[i]negligenza, imprudenza, imperizia, valutazione dei rischi approssimativa, generica, inefficace in relazione alle attività e ai doveri di previsione e prevenzione proprio degli enti preposti, con informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie[/i]” sommerge quello arcaico, premonitore diretto e sincero, della terra che parla e vuole avvisare.

Ma la sentenza, questa volta, dell’ottobre 2012 a L’Aquila è stata giusta, coraggiosa, storica, accompagnata dal silenzio e dalle “[i]mani giunte o strette le une alle altre dei familiari in una catena[/i]” che arrivava sopra, al nord, a 900 chilometri da noi, nel bellunese, e indietro nel tempo, al 1968, in una cordata dignitosa che includeva nella propria compostezza quei visi vissuti, il capo coperto da un fazzoletto nero, le grandi mani rugose della gente che parlava veneto e veniva dalla valle del Piave a L’Aquila in cerca di pene senza mezze misure, le foto strette al petto e quelle lacrime senza rumore, addosso a noi, come stalattiti.

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