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Quel mare tra le montagne, la piscina comunale dell’Aquila

di Raffaella De Nicola

A essere bella è bella, anche oggi, dopo 80 anni.

Bellezza inconsueta, demodé, di antichi fasti e canoni razionalisti, plasmati poi nel tempo ad usi e ristrutturazioni non sempre economicamente generose per rispettarne la potenza e la raffinatezza di quel lontano 1933, quando, fra impettiti camerati fascisti, il podestà, e autorità fu inaugurata in quella visione, rimasta intatta, del cielo che scende e si posa lentamente sull’acqua.

La piscina comunale, olimpica: due blu, due azzurri che si fondono, l’aria e l’acqua, attraverso la trasparenza dei vetri, forze che si attraggono, modellano i muscoli di generazione di sportivi che lì hanno misurato i propri limiti, come fosse un mare in mezzo alle montagne.

“Meravigliosa metamorfosi” quella che spianò gli spazi per iniziare, solo quatto anni prima, siamo nel 1929, il più bel complesso polisportivo d’Italia dopo il Foro Italico di Roma, in una progettazione urbanistica della città, voluta dal podestà Adelchi Serena, che mirava a deputarla a luogo turistico per la vicina capitale “nel senso di modernità al pari delle più illustri città d’Italia”: campi da tennis, velodromo, stadio, piscina coperta, una vera rarità, e lì, verso il Gran Sasso, la funivia, a completamento di una ideologia che vedeva nello sport uno strumento di propaganda e di inquadramento di massa del regime.

Poi nel 1937 la fontana con i due nudi femminili a rifinire l’ingresso monumentale alla città storica da cui, con un colpo d’occhio magistrale, abbracciavi le strutture sportive, belle e perfette, e i due palazzi di testata del corso che guardano, da allora, i vicini impianti dove si modellavano i corpi e le menti dei giovani aquilani.

Lì, intanto, nella piscina coperta, la seconda in Italia, motivo di orgoglio e bellezza, che sempre il Serena riuscì a imporre a L’Aquila invece che a città marinare come Genova e Napoli, la vita si spiegava fra giochi e gare, con le voci che rimbombavano, i fischi, gli incitamenti al bordo vasca sui piccoli balilla, gli schizzi dell’acqua, l’odore del cloro, inusuale per quei tempi, l’orgoglio aquilano di una piscina olimpica di 25 metri, il trampolino alto alto.

Poi la guerra, i bombardamenti, la povertà, i morti, il dolore, la lunga pausa e la vita che piano piano riprende con le voci che oggi rimbombano allo stesso modo di ieri e parlano di allenamenti alla vita mentre il tempo, vero protagonista di questo stadio del nuoto, si dipana.

Gli anni ’60 e ’70 sono le serate estive sotto il patio del giardino coperto di fiori, l’odore inebriante del sole che va via, i tavolini dove impazienti si aspettava l’inizio dei concerti.

Ci preparavamo a lungo per quegli eventi speciali che spezzavano il ritmo tranquillo della nostra cittadina, e lei, Caterina Caselli, che mi incrocia, sono bambina, ho un vestitino bianco, mi prende la mano mentre avvampo di orgoglio e vergogna, mi porta con sé e mi rende regina per un momento, prima di iniziare a cantare, ma io non sentirò niente confusa per l’emozione, tutti che mi guardano, e poi tanti altri che lì si avvicenderanno, Lucio Dalla, Nicola di Bari, i Camaleonti, in quella pista da ballo dove sino a poco prima costumi da bagno ed asciugamani erano stesi “nella spiaggia aquilana”, il bel solarium-giardino che costeggia la piscina.

Poi uscivi dal cancello e proprio di fronte andavi a salutare l’aquila nella gabbia, quasi in un rito propiziatorio, apotropaico, dea di un territorio su cui lei, regina dell’aria, speravamo vegliasse in quella magia, per noi bambini, di vedere così da vicino, con i lucciconi agli occhi, la forza di un animale rapace, indomabile anche se ingabbiato.

C’è della storia in questo posto, il bello e l’utile che si sposano nelle linee rigorose della architettura fascista, nelle grandi vetrate che separano il dentro ed il fuori, ma non troppo però se ti sembra che ti nevichi addosso e si possa prendere un fiocco di neve mentre nuoti nell’acqua calda.

C’è del fascino in questo posto, l’impronta di chi, sotto una calotta di vetro, unendo il blu dell’aria e dell’acqua, ha pensato ai tempi che sarebbero passati indenni.

E indenne, infatti, è rimasta, anche dopo l’orribile metamorfosi di quella notte, con i quattro fasci littori dello stadio, dritti come fari, lugubri totem di una civiltà perduta, segno indelebile di una memoria.

La riapertura, quasi immediata, è del luglio 2009, grazie alla capacità di uomini appassionati e caparbi.

Si sta nello spazio surreale, quasi vuoto, la cittadinanza dispersa, il senso di desolazione.

E’ il “qui non è passato” di due ragazzini, mentre le docce vengono usate dagli sfollati, a raccordare il bello e l’utile, il passato e il presente, la memoria e la perdita, e sostenere i grandi sforzi di chi volontariamente lavora in questa cattedrale nel deserto.

Orribile metamorfosi quella degli anni successivi, difficili, l’utenza ridotta senza il bacino del centro, i costi alti, la manutenzione onerosa, lo sforzo enorme delle società che in collaborazione si adoperano, a spettri ampi di orari, per sub, pallanuoto, sincronizzato, gym, nuoto . . .

Poi il tempo che comincia a tornare amico, le sere con il patio coperto di fiori, l’odore del sole che va via, gli uomini che preparano le sonorità di “Blues sotto le stelle”, preziose, prestigiose, raffinate.

Lì, accanto, l’acqua della piscina, altri schizzi domani, la vita che si spiega fra giochi e gare, le voci che rimbombano, i fischi, gli incitamenti al bordo vasca, l’odore del cloro.

“Meravigliosa metamorfosi” quella del 1934 con il bello e l’utile che ritorna particolarmente bello e utile dopo 80 anni, ultimo e solenne regalo alla nostra città, sicuramente in ambito sportivo forse anche in quello civile, magnifica lezione di ornamento e bellezza, traccia perenne che rimane oltre le brutture odierne di una povertà non solo finanziaria ma anche di idee, di mediocrità e improvvisazione, occasioni mancate che avrebbero potuto rigenerare un territorio partendo proprio dalla storia che ha solcato i luoghi con creazioni intelligenti, le uniche che hanno il potere di parlare linguaggi futuri e superare i confini del tempo.

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