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Don Chisciotte sfida i mulini a vento

di Fulgo Graziosi

Abbiamo tentato, inutilmente, di richiamare l’attenzione del Primo cittadino sull’uso della diplomazia: della sottile strategia in luogo dell’invadenza, della prepotenza, della tracotanza e delle “carriolate”, definite tali in tutti gli ambienti governativi. È stata una lotta ardua e del tutto inutile. Per la verità, in un primo tempo, avevamo sperato che le azioni di protesta avessero imboccato la via giusta. Non abbiamo fatto in tempo a gioirne. Il tutto è precipitato nel baratro in men che non si dica.

Gli aspetti positivi dell’azione di protesta? Uno solamente: la minaccia di restituire la fascia – la cosiddetta “insegna” del sindaco – accompagnata da una nota chiarificatrice dell’iniziativa. Fino a questo punto va tutto bene. Gli aspetti negativi cominciano proprio in concomitanza con questa azione.

Il sindaco dell’Aquila parte da solo, ignorando totalmente tutti i Comuni ricompresi nel cratere sismico. Le reazioni? I sindaci, nessuno escluso, non hanno condiviso l’iniziativa, in quanto, praticamente, sono rimasti completamenti soli, in quella solitudine lamentata proprio dal sindaco dell’Aquila.

I piccoli Comuni hanno dato una unica chiave di lettura al tipo di protesta da parte del capoluogo di Regione, del capoluogo di Provincia, di quel capoluogo del cratere sismico che, in ogni modo, avrebbe dovuto tutelare gli interessi di tutti i Comuni danneggiati dal sisma: una sfrenata corsa in avanti per accaparrarsi la fetta più consistente dei finanziamenti. Uno scossone piuttosto evidente alla compattezza del fronte dei sindaci che, fino ad oggi, ha operato nell’interesse reciproco degli aventi diritto.

Non basta. Secondo il sindaco dell’Aquila e dei sostenitori della giunta ed extra giunta occorre dare un segnale forte al Governo per richiamare le dovute attenzioni nei confronti della città ferita e abbandonata. Di qui la decisione di togliere il “tricolore” da tutti gli edifici pubblici, scuole comprese. Una trappola, costruita direttamente dai contestatori, non da altri, nella quale si sono calati di peso sindaco e l’esecutivo comunale, commettendo uno dei peggiori reati: il vilipendio. Non è questo quello che vogliono i cittadini aquilani. Non è questa la strategia che, al limite, avrebbe dovuto scegliere e deliberare all’unanimità l’intero Consiglio comunale.

Il sindaco ha affermato che i ragazzi delle scuole cittadine non si turbano per la rimozione della Bandiera. Ci si consenta di rilevare che l’affermazione è frutto di una sola convinzione di una sparuta temporanea associazione di pochissimi soggetti. Basterebbe fare una semplice verifica: organizzare un incontro in piazza Duomo con gli alunni di tutte le scuole cittadine. Il risultato sarebbe scontato.

Arriviamo allo scontro epistolare con il Prefetto dell’Aquila, nella veste del rappresentante ufficiale del ministero dell’Interno, del Governo e dello Stato. Praticamente l’interfaccia tra gli enti locali e l’apparato governativo, cioè l’uomo che dovrebbe mediare i rapporti dei rappresentanti locali con quelle “cosche burocratiche” poste sotto accusa dal Primo cittadino. Tale funzione è stata praticamente ignorata dal Sindaco.

Altro grave errore: ha voluto rinunciare deliberatamente ad una buona intercessione che il Prefetto avrebbe potuto fare per sostenere, ove possibile, le tesi dell’amministrazione comunale. Il Prefetto non ha decretato la possibile “rimozione del Sindaco come un mafioso”. È solamente una squisita formulazione di un pensiero di parte e non può essere attribuita a chi non l’ha neppure pensata. Il Prefetto, nelle forme di legge, ha notificato un semplice invito al sindaco dell’Aquila, con il quale si diffida l’interessato ad astenersi dal compiere una determinata attività (rimozione della bandiera italiana dagli uffici pubblici), avvertendolo delle conseguenze che potrebbero derivare dalla sua inadempienza. Non detto nulla di più. Per cui non trova giustificazione una caduta di stile così pesante, certamente non attribuibile alla compostezza e civiltà degli aquilani.

Il Primo cittadino si è lamentato di essere stato lasciato solo. Questa è l’unica verità. Lo hanno lasciato solo anche i colleghi della Giunta. Non abbiamo avuto modo di registrare un intervento da parte di nessuno di essi e così, “Don Chisciotte”, a cavallo del suo ronzino e con la sciabola sfoderata ha sfidato la “grande burocrazia romana”, che non ha nulla da invidiare a quella aquilana, il ministro dell’Interno, il Governo tutto e il Presidente del Consiglio, alla rimozione del sindaco dalla sua carica, alla stessa stregua dei colleghi dallo stesso definiti “in odore di mafia”.

Peccato che un regista cinematografico, capace di cogliere aspetti satirici come Fellini, non sia presente sulla scena in questi giorni. Avrebbe potuto avere materiale e spunti per un corposo “Satiricon”.

Immaginiamo per un attimo che il presidente e il Consiglio dei ministri possano optare per la rimozione dell’intero Consiglio comunale. Chi resterebbe solo, in questo caso, il sindaco o il popolo aquilano? La seconda possibilità, certamente più grave e dirompente, dovrebbe consigliare gli amministratori d’assalto di abbassare i toni, di fare ricorso alla calma, al raziocinio, alla diplomazia, se si vuole arrivare a comporre dialetticamente un sano ragionamento, volto a conquistare fiducia, credibilità e affidabilità.

Ci vorrebbe un saggio “Sancho Panza” accanto al sindaco per cercare di placare certi bollori e non gettare benzina sul fuoco, come avviene adesso. Scaldare e mostrare i muscoli di un piccolo “nano” al gigantesco colosso dello Stato appare una lotta impari e un dispendio di risorse inutile.

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