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Amleto Cencioni: colori e luce del maestro del paesaggio

di Alessia Lombardo

Le opere del pittore aquilano Amleto Cencioni (1906-1994) torneranno nel cuore dell’Aquila terremotata dal 18 maggio al 2 giugno 2013. Nella ristrutturata location del Palazzetto dei Nobili verranno esposti 30 quadri di diverso formato e risalenti a diversi periodi del maestro del paesaggio abruzzese: sarà possibile osservare l’evoluzione della pittura dal rosa ai colori brillanti, peculiarità caratteristica degli ultimi anni di vita dell’autore.

Gli eredi dell’artista e l’associazione ‘Arti visive e Restauro Amleto Cencioni‘ nell’esposizione, senza scopo di lucro che sarà visitata anche dalle scuole della provincia, contribuiranno a lanciare un messaggio di rinascita della città terremotata in un parallelismo con L’Aquila provata dalla guerra.

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Il capoluogo d’Abruzzo, ricco di arte e di storia, ma anche caratterizzato da paesaggi mozzafiato in cui i fiori di mandorlo possono convivere con la neve, deve trovare il coraggio di saper «vendere» la propria arte e le capacità dei propri giovani.

Con la mente piena di ricordi di un artista che amava senza riserve la terra d’Abruzzo, il figlio di Amleto Cencioni, Giuseppe, svela aneddoti del maestro, parlando del padre come il Cencioni e riportando fedelmente frasi da lui pronunciate.

Di origini toscane, ma nato all’Aquila, Amleto Cencioni, dal cuore generoso e alla continua ricerca dei colori e della luce, si è formato nella scuola di Teofilo Patini e di Cifani, iniziando la propria attività pittorica nel 1932.

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L’arte del maestro Cencioni tornerà nel cuore della città in un parallelismo storico. Come nasce la scelta dell’allestimento nel Palazzetto dei Nobili?

Si è scelto il Palazzetto dei Nobili per ridare vita al centro storico aquilano attraverso l’arte. A soli due mesi dalla liberazione della città dal nazifascimo, nel ’44, Amleto Cencioni con altri artisti aquilani organizzò una mostra nella Sala Rossa (oggi inagibile) del teatro Comunale dell’Aquila. C’erano ancora i vetri rotti e le schegge nelle mura del teatro. L’Aquila e l’Italia potevano rinascere anche attraverso l’arte donando così speranza alle persone.

L’immagine restituita di suo padre è di un artista che amava dipingere con la propria tela fuori la collina. Ci ricorda il grande amore per il Gran Sasso attraverso qualche aneddoto.

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Amleto Cencioni amava la terra d’Abruzzo e soprattutto i colori. Intorno al 1952 assieme a Brindisi andò a Milano, dopo che un mercante d’arte e gallerista visitò L’Aquila. In una lettera a mia moglie Giulia, purtroppo andata persa con il terremoto, scrisse. «Qui non posso dipingere, mi mancano i colori del mio Gran Sasso».

Lui amava mettersi sulla piana di Paganica, oppure a Roio per poter osservare il Gran Sasso.

«I fiori di mandorlo e la neve sul Gran Sasso mi dicono sempre sia un quadro irreale, ma il nostro territorio è capace di restituire insieme la gioia dei fiori e la luminosità della neve», ci raccontava.

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Un uomo semplice e generoso, alla ricerca continua del colore, che su tutto amava definirsi un artigiano.

Amleto Cencioni era solito dare. Era un maestro generoso anche con le proprie opere, che regalava. Alcune opere che saranno esposte nella mostra a Palazzetto dei Nobili infatti sono state riacquistate dalla famiglia. Diceva sempre «sono un artigiano» perché si era formato in una bottega. È stato molto influenzato dagli impressionisti e dai macchiaioli. Nella propria pittura c’era una continua ricerca sull’effetto della luce e dei colori. Ricreava gli ambienti attraverso la sua tavolozza e, con gli altri pittori, gareggiava a chi fosse in grado di restituire i migliori effetti cromatici attraverso i 5 colori fondamentali (rosso, giallo, blu, nero, bianco).

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Quali paesaggi ricorrono nelle opere di suo padre?

Amleto Cencioni amava soprattutto il paesaggio come colore. Dipingeva soprattutto il paesaggio abruzzese, perché non guidava. Ci sono molti scorci di Pescocostanzo, Scanno, Sulmona, Chieti, dove lui andava a restaurare per la Sovrintendenza delle Belle Arti. Esporremo nella mostra quadri restaurati dell’abside della Basilica di San Bernardino, Carapelle Calvisio. Amava ricreare ambienti del nostro interno.

Nonostante fosse alla continua ricerca dei colori c’era qualche tonalità imprescindibile nelle sue creazioni?

Ricreava l’ambiente e le stagioni. Diceva «con i miei quadri posso rimetterci l’orologio». Era un pittore alla costante ricerca del colore.

Nella mostra sarà esposta qualche opera sentimentalmente più cara a suo padre?

C’è un’opera restaurata nel ’68 della visione dell’Aquila da Porta Bazzano. È un quadro molto grande, cosa rara per lui che metteva sempre il quadro sul cavalletto.

Amava al punto la sua arte da contrarre una forma di allergia, un eczema, perché d’inverno dipingeva all’aperto e impastava con i colori nelle mani, dipingendo con la tecnica a spatola o pennello pieno.

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