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Quattro anni di solitudine: gli aquilani e l’identità smarrita

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di Stefano Salustri

Sono passati ormai quattro anni da quel terribile 6 aprile 2009 che ha distrutto L’Aquila e stravolto le vite dei suoi abitanti. Miliardi di parole sono state spese per pronunciare mendaci promesse di fasti futuri, mentre i miliardi di euro che servono per la ricostruzione, quella vera, non si riescono a spendere.

Si è spesso sentito dire che L’Aquila è il cantiere più grande d’Europa, come ha ribadito lo stesso ministro Barca qualche settimana fa in tv. Se è davvero il più grande, questo cantiere deve essere anche il più inefficiente d’Europa, visto che a quasi 1500 giorni dal sisma non è nemmeno riuscito a rimuovere le macerie dal centro storico, figurarsi poi ad iniziare un vero e proprio processo di ricostruzione.

C’era una volta il centro

Una città non si può certo ricostruire in quattro anni. Il vero problema, semmai, è che in questo arco di tempo le istituzioni non sono state in grado di dare un segnale concreto. Hanno dimenticato di rianimare la piazza, una volta cuore pulsante della vita cittadina, ed oggi luogo di silenzio assordante e desolazione spettrale.

I vicoli del centro storico, la piazza del mercato, i suoi odori e i suoi personaggi abituali rappresentano in qualsiasi città al mondo delle ancore di sicurezza e stabilità nella coscienza di un cittadino. Sono elementi indispensabili del bagaglio identitario dell’abitante e formano nel loro insieme il palcoscenico sul quale si svolge la sua vita.

Quanti ricordi sono infatti legati ad una piazza, un edificio, ad una strada, alle mura di una scuola? E’ proprio in ragione di questo forte legame sentimentale tra cittadino e città che perdere l’accesso ai luoghi simbolo della propria città significa smarrire a poco a poco la propria identità.

Ogni giorno passato lontano dal centro storico sgretola a poco a poco l’identità degli aquilani, mentre la vista degli edifici ancora distrutti e delle erbacce che spuntano tra le macerie dei vicoletti del centro ha un effetto devastante sulla psiche. Violenta la dignità e infesta la mente di pensieri cupi, riducendo gli spensierati ricordi del passato a lontani squarci onirici dal simbolismo nostalgico.

Immota si, terremotata no!

Lo scrittore svizzero Alain de Botton ha evidenziato in suo recente saggio intitolato “Architettura e Felicità” quanto la bellezza delle case, della città e dei luoghi della vita quotidiana contribuiscano al benessere generale dei cittadini. Da una tale osservazione si può desumere anche il contrario: quanto la mancanza di questi elementi essenziali possa danneggiare il benessere dei cittadini!

Eppure, nonostante il crescente disagio psicologico e sociale in cui sta scivolando la popolazione aquilana, i politici e gli amministratori si crogiolano in un’ignavia quasi indifferente. Chissà, forse la loro identità è legata ad altre cose. Magari alla poltrona privilegiata su cui siedono, ai generosi emolumenti che percepiscono o ai giochi di potere ai quali si prestano per garantirsi la rielezione politica.

Ma la ricostruzione di una città non può avvenire con i tempi, le modalità e le logiche politiche di una qualsiasi altra opera pubblica. Essa merita la massima urgenza poiché, più che un’opera pubblica, è “un’operazione pubblica”, nel senso chirurgico del termine. Ha lo scopo di ricomporre il tessuto sociale squarciato dal sisma. Ha il compito di evitare gravi complicazioni sociali, quali depressioni o suicidi, e di tamponare l’emorragia di cittadini costretti ad emigrare. In poche parole, ha il compito di assicurare la sopravvivenza della città, dei suoi cittadini e della loro identità.

Il vitale impegno di ricostruire la città dovrebbe andare al di là di qualsiasi differenza politica all’interno dell’emiciclo comunale, dovrebbe unire maggioranza ed opposizione perché cosa succederebbe ad un paziente sotto i ferri, se i chirurghi che lo operano si perdessero in chiacchiere?

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: a quattro anni dalla sisma il “paziente – L’Aquila” è tenuto in vita artificialmente con puntellamenti selvaggi in continuo degrado che oggi hanno perso senso e rappresentano solo un ostacolo verso la rinascita della città. Danno un senso di inesorabile immobilità, molto diverso dalla speranza nel futuro che susciterebbe invece l’inizio di un concreto, seppur lento, processo di ricostruzione del centro.

E’ questo che manca all’Aquila e agli aquilani: un segnale tangibile di ripresa, di movimento, di dinamicità. La speranza nel futuro migliore è un volano di rinascita, ma la vera speranza può fiorire solo se c’è forza motrice nel presente, altrimenti è solo un’ illusione.

Il motto “Immota manet” sullo stemma della città suona certamente come buon auspicio di fronte all’eventualità catastrofica di un’oscillazione sismica. Ma quel motto non deve essere frainteso. Lungi dall’essere un incoraggiamento all’immobilità, esso esprime l’indefessa volontà di non piegarsi al proprio destino, di rialzarsi e risorgere sullo stesso posto su cui si è caduti. E’ ora che i nostri amministratori ne prendano atto.

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