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Allarme slot machine: il gioco killer

di Gioia Chiostri

Slot machine: basta questa espressione a far sciogliere migliaia di interrogativi e di perché. Perché lo Stato le finanzia se provocano dipendenza? Perché non esiste in Italia una normativa tale da garantire cura ed assistenza a chi soffre di ludopatia? La storia delle slot machine, conosciute anche come Vlt, vere e proprie macchine succhia soldi, è complessa e sporcata di mezze verità. Basti pensare che la migliore slot in circolazione “restuisce” al massimo il 90% dei soldi giocati. Un inganno già dall’inizio.

«Il ludopatico – spiega lo psichiatra aquilano Vittorio Sconci – è una persona insicura e introversa, con grandi difficoltà relazionali. Nel caso in cui si ha a che fare con un individuo svantaggiato economicamente, molte volte il problema può nascere dalla speranza di risolvere ogni inettitudine con una ricchezza fortunata. Nel caso, non raro, di un benestante (ci sono numerosissimi casi di ricchi che sperperano al gioco tutti i loro averi), è l’ossessione a muoverlo».

La ludopatia, dunque, per usare le parole di Totò, è una sorta di “livella”: può colpire tutte le categorie sociali.

Lo Stato nel 2003 ha intrapreso una campagna pro-gioco d’azzardo per riempire le sue casse, decidendo di colpire la debolezza dei suoi cittadini e sfruttando il disinteresse delle politiche sociali. Il presidente del Consiglio di allora ha proposto, dal canto suo, per risanare le finanze di Lampedusa, la costruzione di un Casinò.

Fango su fango e slot machines come macchine lavatrici. Le “macchinette mangia soldi” sono, infatti, anche dei veri e propri strumenti di riciclaggio di denaro sporco per la criminalità organizzata, come è emerso da alcune recenti inchieste della Procura di Milano. Si pensi alle inchieste Redux-Caposaldo e Valle Lampada: nel primo caso la famiglia Flanchi avrebbe costruito una società distributrice di slot machine e proposto ai bar contratti con la forza del cognome. Il clan Valle-Lampada invece avrebbe scollegato le viodeoslot nel primo mese di attività, così da far fruttare denaro illegale. Secondo quanto appurato dal pool del procuratore aggiunto Ilda Boccassini, il clan, attraverso quattro società di prestanome, avrebbe posizionato 347 macchinette in 92 locali di Milano e dell’hinterland, che avrebbero reso tra i 25mila e i 50mila euro al giorno. Le videoslot in questione avrebbero trasmesso ai Monopoli di Stato dati falsi e i proventi sarebbero sfuggiti all’occhio del Fisco.

Nel caso in cui i dati non vengano inviati, l’amministrazione autonoma che gestisce il sistema di gioco infligge multe di mille euro al giorno, trentamila euro al mese: meno dell’incasso di una giornata.

Uno stipendio mensile all’anno di un normale cittadino se ne va in gioco. Gli italiani, secondo statistiche risalenti al 2011, hanno speso in media 3,5 euro al giorno nei concorsi censiti dai Monopoli di Stato. Sono 15 milioni le persone che “giocano” di frequente, per 24 milioni di euro circa di flussi netti all’anno.

Per i giochi, in termini di ‘patrimonio accumulato’, si raggiungerebbero 400 miliardi di euro. Il 27% del Pil. Attorno al settore del gioco pubblico italiano c’è ancora, purtroppo, un totale buco nero. Ciò che vige, per quanto concerne il gioco, è la parzialità di alcuni numeri e la delicatezza di un sistema in bilico fra un’economia in crisi profonda e la tutela del consumatore.

Andare contro il settore del gioco pubblico, in Italia, significa contrastare un’industria che dà lavoro. È un sistema, tout court, che protegge il proprio cliente da derive ludopatiche sia per una questione di responsabilità etica (per fortuna), sia, soprattutto, perché se perde il cliente, perde anche il business. La Codacons, nel giorno di Pasquetta, all’indomani di una trasmissione andata in onda su Rai 1 in cui si è parlato dell’introduzione della ludopatia nei Lea (Livelli essenziali di Assistenza del servizio sanitario nazionale) ha denunciato la stessa Rai per aver portato a conoscenza dati e problemi di cui non si hanno ancora numeri certi. Una notizia che fa riflettere.

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