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Primo maggio, la ‘costa’ dei granati

di Vincenzo Battista

“[i]Grano, granturco, cicerchie, fagioli bianchi e scuri, fave, ceci, lenticchie e farro, ma solo quello che restava. Si riuniva, doveva bastare. Cereali e legumi, cioè ogni prodotto conservato dalla passata stagione agricola, la rimanenza, cotto al fuoco del camino, lessato[/i]”. Così ci ha appena detto Ninetta, prima di entrare nella sua casa dalla grande porta in pietra ogivale tardo rinascimentale, “[i]porta castello[/i]”, che segna il perimetro a sud-est del borgo, una rimanenza, dal punto di vista architettonico, della piazza “Santa Nicola” a Fontecchio che si affaccia sulla chiesa diruta, intorno ai palazzi del barone Corvi e i nobili Muzi.

“[i]Finiva tutto[/i] – ci dice – [i]e si diceva ‘Oddio, deve venire la costa di Maggio’, un detto degli antichi. Finiva tutto, faceva paura quel mese . . .[/i]” perché le scorte alimentari terminavano.

I bambini, si racconta, andavano a San Pio, la frazione di Fontecchio, a chiedere i “granati” qualche giorno prima del primo maggio. Casa per casa, a cercarli, e in un sacchetto, la gente, dalle porte, dava un pugno di ceci, fave, ceci e granturco.

Si diceva: ”[i]Ci dai i granati[/i]”. Questo accadeva comunque prima della “festa”, da lì a poco, una sorta di “liberazione” dal ciclo invernale, quando la terra riposa, non ascolta, aspetta. E quindi parte il cerimoniale, che spezza, guarda avanti, traduce il cibo povero in ricorrenza, devozione e infine in buon auspicio con una minestra che ha in sé tutta la cosmologia contadina, in un’usanza antica.

Bisognava superare la costa, la “salita” di maggio dell’anno agricolo al suo culmine, poi la campagna ripartiva con i nuovi prodotti, spinta simbolicamente, e non solo, dalla processione del rito penitenziale delle Rogazioni: invocazioni estenuanti, nei quattro punti cardinali di purificazione, “le stazioni”, mappate, intorno al borgo, con il canto delle litanie. Parola latina [i]Rogatio[/i], supplica (Papa Liberio, 315 – 366), per attirare la benedizione di Dio sui campi e scaraventare lontano i castighi, i peccati, poiché terra e uomini erano considerati un’unica entità. Molto prima gli Ambarvalia della cultura romana, i riti propiziatori, per le nuove messi nel tempo di primavera. Ma seguiamo il racconto.

“[i]Si chiedeva la pioggia, in lunghe preghiere, l’acqua di maggio, per i raccolti, per farli crescere perché la terra veniva richiamata al suo compito, dopo l’inverno, per la rinascita dell’attività agricola, e rigenerarsi, produrre frutti. La festa di maggio allora non c’era, si andava a lavorare nelle campagne, si dicevano le preghiere con la lumetta in mano, non c’era la luce. Finita la costa di maggio, nel mese di giugno si coglievano le ciliegie e si faceva la pizza, non c’era niente, solo miseria. Nella cucina si metteva una bigoncia di ciliegie e si mangiavano con la pizza cotta sotto la brace. Poi alla cottorella, si lessavano, e i bambini se li mettevano in tasca. Venivano preparati con il sale e l’olio. Poi arrivavano i primi prodotti dell’orto[/i]“ .

I “granati”, in un’antica ricetta, venivano preparati con un battuto di lardo soffritto, cipolla, aglio con l’aggiunta di un po’ di conserva di pomodoro seccata al sole, sedano e carote. Si utilizzava l’acqua dei fagioli scuri e delle lenticchie; poi i vari legumi e cereali precedentemente bolliti singolarmente, e infine piccoli peperoncini.

“[i]Sotto il mucchio di patate c’è la fame[/i] – si diceva – [i]Le patate sono finite e sotto non c’era altro che la fame[/i]”. E poi, “[i]Se i granati non ce li davano[/i] – raccontano infine – [i]’tanti chiodi hai nella porta, tanti diavoli ti si portano . . .'[/i]”.

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