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La ‘porta’ di Guado di Coccia

di Vincenzo Battista

La porta di “Guado di Coccia”, la forchetta della Maiella, sembra prendere respiro, piegata com’è su sé stessa, e offrire un passaggio, un varco, alla lunga dorsale monolitica, imponente, ma allora premonitrice, cupa e tetra, densa di presagi, attraversata in tutti i suoi anfratti dal terrore, dall’angoscia e dalla straziante ansia che non risparmiava nessuno, neppure il sottotenente Carlo Azeglio Ciampi. Uno di loro in quel venerdì 24 marzo 1944; uno di quella sessantina di “fuggitivi” che provarono ad attraversare la ”porta” della linea Gustav, il fronte, valicando la Maiella insieme ad ex prigionieri, guide locali, oppositori e giovani fuggiti dalla leva della Repubblica di Salò. Salvare la propria vita, ma, soprattutto, scrive il Presidente nel suo diario autobiografico, come non vedere «il ruolo di intere famiglie – annota – che misero a rischio la propria vita per dare rifugio e protezione, per vestire, sfamare coloro che cercavano la libertà», parola che torna, continua, una conquista nel diario del giovane 23enne Ciampi ([i]Il sentiero della libertà[/i], editori Laterza, pag.54) in un momento cruciale della marcia di avvicinamento al Guado di Coccia, drammatico, selettivo, implacabile.

Questo il brano. «… [i]La salita diventa sempre più aspra, però la neve è buona; regge assai bene e si sprofonda poco: però qualcuno comincia a scoppiare, cerco di aiutare, insieme ad un altro, un prigioniero che non ce la fa più. Avvertiamo Alberto, ma questo mi dice che non può più rallentare la marcia e si deve giungere al Guado di Coccia prima dell’alba, pena la sicurezza della spedizione; così quello deve essere abbandonato. Si progredisce molto lentamente, in alcuni punti dovendo camminare molto lentamente quasi a quattro zampe perché i soli piedi non fanno presa ( specie io che non ho i chiodi) sulla neve gelata nei punti più erti; in altri sprofondiamo fino al ventre: mi aiuta molto un bastone con una racchetta. Alle quattro del 25 marzo, siamo sul Guado, purtroppo il tempo è improvvisamente mutato, il cielo è nuvoloso e si alza un vento forte: ci fermiamo un buon quarto d’ora per attendere i più lenti; mangio un po’ di zucchero e biscotti con la neve. Proseguiamo, ma dopo poco siamo costretti a fermarci; è cominciata una vera e propria tormenta e le guide non osano andare avanti così al buio: attendiamo per più di mezz’ora l’alba sotto un vento gelido e con nevischio, battendo i piedi per non farli congelare; io li sento zuppi; nella salita ho perso il basco e lo sostituisco con una maglia che mi fa da passamontagna…[/i]».

Il brano, queste parole, insieme a tante altre di contadini e pastori sono diventate ”tracciato della memoria”, “segno” della montagna abruzzese, sigillo di un nuovo pellegrinaggio sulle tracce di impensabili eroi, molti sconosciuti, che non esitarono ad esporsi per salvare la vita di tanti e liberarli dal nazifascismo. E proprio con il nome ”[i]Il sentiero della libertà[/i]”, da Sulmona a Campo di Giove, fino a Casoli passando per Guado di Coccia, si svolge la marcia, un trekking silenzioso, una manifestazione nata da una grande intuizione del liceo scientifico di Sulmona che vuole essere tutto questo e, oltre, riunire la gioventù europea intorno ai conflitti e le libertà, «quello che la mia generazione ha vissuto- conclude il Presidente- a voi giovani può sembrare lontano. Ma è su questo che poggia l’Italia di oggi e la stessa costituzione europea che voi siete chiamati a completare».

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