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Le uova della famiglia Ginzburg

di Vincenzo Battista

A quegli ebrei internati a Pizzoli, i “Fasci di Combattimento” forse non poterono far altro che rovistare la casa, frugare, aprire i cassetti, vuotare gli armadi, e perché no sghignazzare tra la biancheria intima delle stanze, i ritratti fotografici e i pochi altri oggetti appartenuti alla famiglia, e tra i corridoi i due figli piccoli, impietriti, davanti a tutto questo, alla furia scatenante, all’oltraggio, che cerca la “diversità”.

Ma alla fine i fascisti hanno avuto “[i]ragione[/i]” della perquisizione. “[i]Il Ginzburg[/i] – afferma il verbale inviato poi al prefetto il 12 settembre 1942 – [i]è quello che ultimamente da una donna di Cagnano acquistò 50 uova al prezzo di L. 3,50 ognuna. . .[/i]”

Leone Ginzburg è l’antifascista “[i]pericoloso[/i]”, condannato a 4 anni per i delitti contro i poteri dello Stato, ebreo apolide russo privato della cittadinanza per la legge razziale del 1939, escluso dall’insegnamento universitario (docente della facoltà di lettere di Torino) per mancato giuramento di fedeltà al fascismo, internato politico con i suoi due bambini e la moglie, Natalia, incinta, in difficili condizioni di salute; vigilati speciali del confino, Pizzoli, a 15 chilometri dall’Aquila, che viceversa li stringe, li “[i]abbraccia[/i]” per lasciarli solo il giorno della fuga dal paese, rocambolesca, eroica.

Una delle storie più pure a cui è stata chiamata la cultura popolare con i suoi segni distintivi di antica solidarietà, spinta in avanti, fino al rischio della morte, per aver aiutato “[i]gli ebrei[/i]” dopo tre anni di confino, di angosce e dolore, che dovrebbe essere scritta sulle montagne, le nostra montagne, perché nulla vada perduto, perché nulla cada nell’oblio.

Racconti, quelli delle genti di Pizzoli, che seppero spezzare le appartenenze fasciste, ma viceversa guardarono, con gli occhi antichi, quelle debolezze di una famiglia sola, preda della furia razzista, a cui non è stato possibile girare le spalle.

Un’intera collettività protesse e custodì i Ginzburg in uno dei più importanti epistolari collettivi delle genti aquilane.

Per sfuggire alla persecuzione si farà chiamare Alessandra Tornimparte, ma è lei la grande scrittrice, Natalia Ginzburg, che nel racconto [i]Le piccole virtù[/i] annota: “ [i]Una scampanellata notturna non può significare altro per noi che la parola “questura”. . . Se guardo i miei bambini che dormono penso al sollievo che non dovrò svegliarli nella notte e scappare. . .”[/i]

Leone, il marito poco più che trentenne, torturato nel braccio tedesco di via Tasso, morirà in carcere. A lui, Natalia, dedica una poesia: [i]“Era il viso consueto/ solo poco più che stanco. E il vestito era quello di sempre/ E le scarpe erano quelle di sempre. E le mani erano quelle che spezzavano il pane e versavano il vino/ oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo/ a guardare il suo viso, per l’ultima volta. . .”[/i].

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