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Il fascio aquilano di combattimento

di Vincenzo Battista

L’articolo – pubblicato in “[i]Terra d’Abruzzo[/i]”, giornale dell’unione fascista dei lavoratori dell’agricoltura dell’Aquila, anno 1, numero 3, marzo 1938, XVI dell’Era Fascista – entra subito in tema, ed ha inizio con il disprezzo che qualcuno, allora, provava nelle elezioni politiche davanti ai “[i]pezzi grossi che si guardano in cagnesco[/i]”, lo “[i]sfaccendare dei galoppini attorno al pecorume elettoralistico. . .[/i]”; la gente, il contadino, le grandi masse agricole, silenti ed obbedienti scriveva invece Carlo Levi, “[i]vivono nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà con il suolo arido, nella presenza della morte[/i]”.

“[i]Diciotto anni fa[/i] – continua l’articolo in Terra d’Abruzzo – [i]pressappoco di questi tempi, il Fascio aquilano di combattimento muoveva decisamente i primi passi. Certi ragazzi di fegato sano badavano a turbare, con molta disinvoltura, la discorde armonia di quel carnevale. E grazie alla bontà dei mezzi impiegati, non tardavano a farsi largo, nelle vie e nelle piazze ove si cominciò a discutere a suon di randellate, in barba alla libertà di riunione ed a altre piacevolezze dei sacri canoni allora vigenti. Quelle piccola schiera voleva affermare d’essere degna di militare agli ordini di Mussolini, e ci riuscì. . .”[/i]

”[i]Fascisti e tedeschi mi cercavano[/i] – annota ancora Carlo Levi – [i]e io passavo gran parte del giorno in una casa segreta, con carte false e falso nome; e scrivevo, seduto a un piccolo tavolino, vicino alla finestra[/i]”.

Tra il ’35 e ’36 Levi è inviato al confino politico in Basilicata, esperienza che gli ispirerà il romanzo [i]Cristo si è fermato a Eboli[/i]. “[i]Il Podestà [/i]– scrive Levi – [i]mi chiama. E’ un giovanotto alto grosso e grasso, con un ciuffo di capelli neri e unti che gli piovono in disordine sulla fronte, un viso giallo da luna piena, e dagli occhietti neri e maligni, pieni di falsità e di soddisfazione. Porta gli stivaloni, un paio di brache a quadretti da cavallerizzo, una giacchetta corta, e giocherella con il frustino[/i]”.

Ma torniamo all’articolo dell’unione fascista. “[i]Tra questi – continua il brano – uno dei più spericolati e ardenti. Avrà avuto si e no diciassette anni quando si cacciava avanti a coloro che menavano meglio le mani. Di taglia fisica svelta, gli occhi vivi e le parole pronte, atto a scagliarsi, era uno dei più audaci e risoluti. Regolarmente escluso dai ruolini di quelli che partecipavano alle spedizioni, per la sua giovane età, era impossibile farlo scendere dal camion al momento della partenza, in quelle albe indimenticabili, quando gli squadristi aquilani si muovevano all’assalto delle roccaforti sovversive sorte nei dintorni sulla nefasta propaganda dei falsi sacerdoti del sole dell’avvenire. La sua fierezza, il suo orgoglio, era soltanto quello di essere squadrista, senza galloni e senza ambizioni. Al tempo della Marcia su Roma, era in sevizio militare. Ma quale forza avrebbe potuto distoglierlo dal tornare alla sua squadra? Piantò tutto e corse tra noi, ce lo vedemmo capitare d’improvviso ed era così lieto e sicuro di sé, così vibrante e franco che nessuno ebbe voglia di fargli considerare la difficoltà della sua posizione. A San Lorenzo, ove emerse il valore dello squadrismo abruzzese, era in prima schiera, animatore della sua squadra … “[/i]. Così scriveva Adelchi Serena, podestà dell’Aquila, ministro dei lavori pubblici nel periodo fascista, che firma appunto l’articolo nel giornale [i]Terra d’Abruzzo[/i], dal titolo [i]Squadristi aquilani[/i].

(Domani la seconda parte)

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