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Cosmesi romana, la toilette femminile

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di Annamaria Coletti Strangi*

Nella prima parte della veloce relazione “La Cosmesi nel mondo romano”, si è accennato alla toilette femminile. Ora sembra utile riportare alcune interessanti immagini, da affreschi, statue, bassorilievi, tesori nascosti, e quant’altro, per convalidare, [i]de visu[/i], e per arricchire, quello che è stato, in precedenza, esposto.

L’[i]excursus[/i] riguarderà più aspetti, partendo da un bassorilievo con scena di toilette di una ricca matrona. Subito dopo si ammirerà Venere che si specchia, su uno splendido cofanetto in argento. Seguiranno poi altre immagini, con buona parte degli utensili che potevano servire a rendere più bella e ammirata la domina romana, quindi le acconciature in voga, gli [i]acus crinales[/i], i [i]reticula aurea[/i], insomma una panoramica del mondo muliebre, ricca di fascino e curiosità.

*****

Dopo lunghe sedute, la dama romana, ben vestita e ingioiellata, faceva la sua apparizione.

Aveva i capelli curatissimi, spesso arricciati, decolorati, cosparsi di mirra e balsami, persino polvere d’oro, le braccia schiarite da un fondotinta composto di emollienti e nitrato di bismuto, cioè gesso o biacca di piombo (di cui i Romani conoscevano la tossicità, ma credevano avvenisse solo per ingerimento e non per via transdermica), i pomelli e le labbra ritoccati con ocra, feccia di vino o cinabro (rossetto antico, composto dal solfuro di mercurio, che in natura è presente in masse terrose o granulari e che, puro, è di colore rosso-vermiglio).

Aveva ciglia e contorno degli occhi truccati con nero fumo (ricavato dai noccioli dei datteri bruciati o spighe di nardo) e polvere di antimonio (metallo bianco-azzurro con riflessi argentei, fragilissimo e fusibile), le palpebre cosparse da ombretti di colore giallo, verde o azzurro, ricavato dai crochi o dalla triturazione di minerali, come la malachite e l’azzurrite.

Per completare il tutto, ostentava persino “nèi” di stoffa, che ravvivavano il colorito, gli splenia lunata, e uno spruzzo di lustrini ottenuti dalla triturazione dell’ematite. Tale lunga e complessa operazione, da Plauto (Poen.3) viene paragonata, attraverso le parole di Adelfasio, all’allestimento di una nave.

Dama alla toilette.

[i]Riproduzione dal Monumento funerario da Neümagen.

Roma, Museo della Civiltà Romana.[/i]

{{*ExtraImg_128315_ArtImgRight_300x192_}}Il rilievo, incorniciato da due lesene decorate con motivi vegetali, cristallizza la toilette di una dama. Tornano alla mente i versi (già citati nella prima parte del lavoro), di Plauto (poen.217ss.): ”[i]noi (Adelfasio e Anterastile), infatti, dall’aurora fino a quest’ora del giorno, non abbiamo smesso un momento la nostra occupazione: lavarci, massaggiarci, ripulirci, agghindarci, lisciarci e rilisciarci, pitturarci e mascherarci … [/i]“, come anche quelli di Ovidio e dello pseudo Luciano in cui si descrive il [i]mundus muliebris[/i].

La toilette di tutte le donne era complessa, ma quella della gran dama romana lo era ancora di più. Era anche lunga e soprattutto riservata, avveniva (come saggiamente consigliava Ovidio) nell’intimità delle pareti domestiche, con l’aiuto di schiave e [i]ornatrices[/i]. Ricco era il corredo usato, composto di catini, specchi in rame e argento, pettini, [i]acus crinales[/i] (spilloni per capelli), calamistra (ferri per arricciarli), pinzette, netta-unghie e netta-orecchi, vasi, boccette, ariballoi e alabastra, gutti e pissidi.

Abbondavano parrucche e posticci, creme, pomate, belletti, maschere per il viso, unguenti, profumi, olii, rossetti, fondotinta, ombretti, nèi finti, tutto gelosamente custodito nel talamo.

Qui, nella copia del Museo della Civiltà Romana, una matrona, seduta su una comoda poltrona di vimini, i piedi appoggiati su uno sgabello, è circondata da quattro ancelle: un’[i]ornatrix[/i] le acconcia i capelli, a crocchia sull’occipite, un’altra, accanto, ha un unguentario, la terza impugna uno specchio e l’ultima, rifatta nella parte superiore (che nel bell’originale di Treviri, sito nel Rheinischen Landesmuseum, è erasa), sorregge una brocca.

{{*ExtraImg_131903_ArtImgCenter_500x276_}}

Questo grande (cm. 57x44x30) cofanetto, in argento, proviene dal Tesoro di Proiecta, uno dei più belli del IV sec. d.C. (in 61 pezzi: gioielli, ornamenti personali e per mobilia, vasellame e oggetti da toilette) rinvenuto sull’Esquilino nel 1793 (nascosto, forse, durante il sacco di Roma da parte di Alarico nel 410). Dopo varie peripezie oggi è conservato, quasi in toto, a Londra, al British Museum. L’iconografia pagana è di comodo, la condizione cristiana è evidente (“Secondo e Proiecta, vivete in Cristo”, vi si legge).

Nella foto numero 2 appare Venere (alla toilette, fra Tritoni ed Eroti) che vuole evidenziare la bellezza della sposa. Nella foto numero 3, in basso, su un altro lato, compare Proiecta, tra due servitori, uno con specchio e l’altra con scrigno, secondo un’iconografia abituale (mentre nei lati rimanenti sono raffigurate altre ancelle che assistono la sposa nella toilette nuziale, portando brocche, vesti, specchi, e persino uno scrigno circolare simile a quello, prezioso, di cm.31,5×24, rinvenuto nel tesoro).

Il cofanetto riprodotto, splendido, in argento massiccio ben cesellato, è doppiamente interessante sia perché, come in un fumetto, riporta scene di vita quotidiana, sia perché doveva essere proprio un contenitore di profumi e unguenti della ricca dama romana.

{{*ExtraImg_131904_ArtImgCenter_500x255_}}

[i]*Facoltà di Lettere e Filosofia – Università degli Studi dell’Aquila[/i]

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