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Poeti a braccio, quando l’arte nasce dalla terra

di Nando Giammarini

I poeti a braccio – estempori cantori o poeti bernescanti – sono portatori di una sapienza e cultura popolare che si tramandano nei secoli, a testimonianza di una grande tradizione che trae le sue origini dal mondo agro pastorale; hanno un loro valore e una grande importanza storico-culturale.

Parliamo di un’epoca e di un mondo fatto di duri sacrifici, di lavoro e fatica, di transumanza e tratturi, di umiliazione e solitudine. Gli estempori cantori erano gente buona e genuina, erano attratti dalle zolle aride e sassose della loro terra natia – in prevalenza abruzzese e laziale, ma anche la tranquilla e collinare maremma toscana – e portavano in sé quell’amore forte e intenso, una nota di tenerezza, una sensibilità al di fuori di ogni immaginabile limite. Per questo e per altri mille motivi non dobbiamo assolutamente permettere che un simile patrimonio di conoscenze venga disperso nei meandri di una modernità senza umanità e senza cuore.

L’ottava rima è un genere poetico legato ad un’espressività musicale prevalentemente monodica poiché rappresentata da pastori intenti, nell’incanto della natura, al pascolo dei propri animali, sempre soli con la sola compagnia del loro amico per eccellenza: il cane.

Ognuno di noi amanti di questo genere poetico, deve adoperarsi affinchè quel bagaglio di conoscenze diventi un sentire comune e ci aiuti a vivere il presente dando sprint alle origini della cultura agreste, alla montagna e alla civiltà, proiettandola – con slancio ed entusiasmo – verso il futuro. Ciò significa anche ritrovare, con un gesto di umiltà verso il mondo, esperienze e conoscenze passate che ci permettono di evitare errori futuri.

{{*ExtraImg_127870_ArtImgRight_276x412_}}La storia, instancabile scrutatrice di umane vicende, varia al cambiare dei tempi, ma mantiene ferma la natura originale delle cose. In questo contesto inseriamo i poeti a braccio con la loro arte che penetra nell’animo umano in quanto la poesia, quella più spontanea e semplice, appartiene ad ogni ceto e a tutte le età basta: saperla interpretare.

Un vecchio detto popolare recita: “[i]Il tascapane del pastore può essere povero di pane ma non di libri[/i]”. Potrà apparire un’antitesi strana, ma ciò dimostra chiaramente la bontà, l’umanità e il vero carattere dei nostri pastori: gente di montagna temprata ai duri sacrifici.

Parliamo di una situazione simile a quella descritta da Corrado Alvaro in “Gente d’Aspromonte”, quando rappresentava le inumane condizioni in cui vivevano coloro che accudivano gli armenti. Ecco allora che un libro può soddisfare la sete di sapere, fare compagnia, aprire orizzonti nuovi e diversi.

Quando la sera le greggi riposavano al sicuro delle stalle, dopo aver consumato il frugale pasto serale gli amanti del nostro genere poetico, prendendo spunto dalle letture e dalla solitudine giornaliera che doveva essere vinta, si riunivano e con il sostegno di un buon bicchiere di vino, da sempre dei poeti amico, si dilettavano a cantare.

Intervenivano anche nelle festose circostanze quali matrimoni, battesimi, comunioni e nelle varie feste paesane. Costumanza, quest’ultima, che è ancora attuale. In tanti paesi dell’Alta Valle del Velino, del Tronto dell’Aterno e nella Maremma toscana spesse volte si organizzano delle vere e proprie competizioni poetiche che durano fino alle prime luci dell’alba, con temi a contrasto come la suocera e la nuora, il padrone e l’operaio, il legno e il ferro. Tutti scelti sul momento dal pubblico o da una giuria e con obbligo di concatenamento.

Quella che potrebbe apparire un’esercitazione tra poveri è, in realtà, alta poesia che tiene in vita il canto adombrato dalla pagina scritta mantenuto solo dal ritmo, recupera l’ottava e la terzina oltre che l’endecasillabo e la rima.

Nel prossimo articolo parleremo dei poeti monterealesi, mascionari e campotostari passati ed attuali per poi spostarci più in là, verso la conca amatriciana ed in tutta l’Alta Valle del Velino.

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