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Con gli Alpini per non dimenticare

di Fulgenzio Ciccozzi

Conquistati dall’esuberanza delle prime scenografie primaverili, non possiamo fare a meno di osservare la pienezza di un cielo terso che finalmente torna a coprire le cime dei monti che digradano verso colle Miruci: luogo vagamente noto per essere stato l’epicentro del terremoto che nel 2009 devastò la nostra terra. Proprio nei limiti del comune di L’Aquila (tra Roio, Sassa e Lucoli), a circa otto chilometri dalla città, c’è una piazzola da cui diparte un breve sentiero che porta su un defilato declivio. In quel pendio, immerse tra la rada vegetazione di alberi di quercia e cespugli di bianco spino, emergono delle scritte coniate con pietre che assumono una sagoma dal profilo numerico: 6,3. La collina è raggiungibile attraverso via Collicigliu: una strada decisamente appartata che si snoda dall’altopiano roiano e si dirige verso i paesi del lucolano.

Nel paesaggio alpestre così descritto, sabato alle ore 12, è stato sistemato un cippo di pietra di granito rosa, donato dalla sezione Ana di Genzano, in ricordo degli innocenti che lasciarono i loro cari quella notte di primavera. Dopo la Santa messa celebrata da don Elias, parroco di San Pietro in Sassa, e la lettura della preghiera dell’alpino, sono intervenuti i sindaci di Lucoli (Valter Chiappini) e di Tornimparte (Umberto Giammaria). Già nella ricorrenza del 2010 ci fu un tentativo di porre in loco una semplice e non invasiva croce lignea accanto a una piccola effige della Vergine che ricordava l’evento, ma ignoti hanno provveduto a rimuovere ogni traccia di quella iniziativa.

Il gruppo alpini di Roio e di Genzano, coadiuvati rispettivamente da Ciccozzi Manlio e Federico Scarsella, con la collaborazione della pro loco Piana di Rojo, delle associazioni 6 aprile 2009 di Collefracido e La casetta che non c’è di Pagliare di Sassa, sono stati i promotori di questo incontro. Alle ore 15,30, mentre il sole cercava faticosamente di farsi spazio tra le nuvole che nuovamente tornavano ad affollare il cielo, la comunità roiana si è data appuntamento al piazzale dei Map, nei pressi della chiesa di San Marciano, da cui è partita la processione, “capitanata” dalla sempre presente suor Pia, che ha attraversato le strade di Roio Piano e Santa Rufina. Al temine dell’itinerario, e dopo la messa, i bambini della scuola primaria “Primo Mazzolari” hanno lasciato volare i loro pensieri arrotolati in biglietti appesi a variopinti palloncini. La giornata si è conclusa la sera alla chiesa di legno del Santuario, a Poggio di Roio, con un Recital rappresentato dal Quintetto cameristico Deltensemble.

L’esibizione ha visto la partecipazione del locale coro e dei piccoli scolari che hanno letto un testo il cui titolo, “Voglia di Risalire”, è una chiara allusione all’Università di ingegneria il cui corpo docente tornerà a svolgere l’attività didattica nella storica sede di Monteluco, come è stato poi esposto dall’ing. Totani Gianfranco e dal consigliere comunale Palumbo Stefano. La ricorrenza del 6 aprile potremmo immaginarla come una silenziosa accompagnatrice che ci obbliga a varcare quell’ipotetico confine tra presente e passato: un invito alla riflessione su quello che si sarebbe potuto fare e che invece non è stato fatto al fine di modificare le spiacevoli conseguenze che quel drammatico avvenimento avrebbe prodotto. Ma la storia, si sa, non cambia, e quell’evento, oggi, acquisisce una funzione diversa per la nostra comunità, che va oltre la semplice commemorazione.

E’ un invito al raccoglimento, alla riflessione, a guardare avanti affinché non siano ripetuti gli errori compiuti non tanto in tempi remoti, quando le conoscenze nel campo dell’edilizia poco potevano per difendere gli inermi da eventi calamitosi di cui nostro malgrado siamo stati coinvolti, quanto a mancanze professionali e umane, riconducibili al recente passato, dovute a imprecise valutazioni non sempre suggerite dal buon senso e dalla buona fede. Dopotutto, è proprio nei momenti difficili che si misura la maturità di un popolo. E, in questo caso, essa si evince nel comprendere che voler ricostruire non significa trarre impropri benefici dalla ricostruzione. Lo Stato, d’altrocanto, attraverso le sue istituzioni, non può indurre una comunità prostrata a elemosinare periodicamente ciò di cui ha ragionevolmente bisogno: sostegno, non assistenza; semplicità, non burocrazia; pianificazione, non improvvisazione; attenzione, non distacco. Ecco, un ragionevole ottimismo si nutre anche di questi principi che sono anch’essi parte delle radici che ci legano alla nostra terra.

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