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Addio, Ruggeri

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Bisognerebbe abolire il mese di aprile dal calendario dell’Atalanta. Fra sette giorni, sarà un anno dalla scomparsa di Piermario Morosini. Stanotte, se n’è andato Ivan Ruggeri, 68 anni, da più di cinque inchiodato al letto, in coma vegetativo.

Tutto si tiene: è partito per l’ultimo viaggio nel giorno del venticinquesimo anniversario della storica semifinale di Coppa delle Coppe fra Atalanta e Malines.

Io, Ivan l’ho conosciuto bene. Sin dal tempo in cui faceva il vicepresidente della Sav, gloriosa squadra di volley; dell’Alpe Binova di Dante Signorelli, primo e unico club bergamasco di basket ad essere arrivato in serie A e dell’Atalanta di Achille e Cesare Bortolotti. Nell’80, l’altro vice fu Giacinto Facchetti, grande amico. Nel giugno 2006, l’ultima di Giacinto, Ruggeri e Signorelli andavano ogni sera a casa sua, a Cassano d’Adda, per seguire insieme le partite del mondiale, per stare con lui, per rincuorare il Mito ammalato.

Oggi pomeriggio, sono andato a salutare Ivan, lassù sui Colli di Bergamo, nella grande casa che guarda la città. Il tam tam in Rete è stato immediato. La notizia si è sparsa in un attimo. Ininterrotto, silenzioso, quasi pudico, il pellegrinaggio si inerpica lungo la strada che porta dai Ruggeri. Daniela, la moglie; Francesca e Alessandro, i figli, vivono il loro dolore con la dignità e con il coraggio di una famiglia davvero eccezionale. L’uno accanto all’altro, non hanno mai lasciato solo Ivan nemmeno per un minuto. L’hanno accompagnato nei viaggi della speranza, hanno condiviso la sua sofferenza, si sono arresi stanotte, dopo che si è arreso lui. L’hanno circondato con il loro amore, la loro forza, la loro fede.

Alessandro sussurra: «Papà è stato straordinario. Non meritava questi cinque anni di pena inaudita. Negli ultimi tempi, i medici lo stavano sottoponendo alla terapia del dolore perché la soglia di sofferenza era diventata atroce». Dico a Francesca che il cordoglio per la scomparsa del padre è di tutto il calcio italiano. I messaggi, le testimonianze trasversali di affetto e di simpatia si susseguono, il minuto di silenzio su tutti i campi e il lutto al braccio vengono annunciati dalla Lega.

Soggiungo con Francesca: «Ivan era abituato a dire ciò che pensava pensando sempre a ciò che diceva. Non aveva paura, nemmeno di chi lo contestava o lo invidiava. Francesca annuisce con un sorriso dolce: “E’ vero. Papà era proprio così”».

Una volta, Ivan sbottò: «Bergamo non mi ha mai amato. Forse quando non ci sarò più, la gente capirà quanto bene ho fatto all’Atalanta».

Bergamo ha capito, Ivan. I veri tifosi dell’Atalanta l’hanno capito, Ivan e non soltanto perchè gli hai dato quattro promozioni, una finale di Coppa Italia, un ottavo posto e li hai fatti divertire, soffrire, lottare con Vavassori, Mandorlini, Colantuono e gli altri che hai voluto in panchina; con Inzaghi, Vieri, Pazzini e Doni in campo. L’altro Doni, s’intende. Quello delle scommesse, Ivan l’avrebbe preso a calci nel sedere dal Sentierone sino alla Maresana.

Anche a Bergamo c’è una Casta da spazzare via. Si annida nei palazzi del potere e dell’economia, ha la puzza sotto il naso quando guarda al calcio, fa vomitare quando nega l’intitolazione dello stadio ad Achille e Cesare Bortolotti. Accadde nel 2007 e Dio solo sa quanto Ivan si fosse incazzato con i quaquaraquà che non ascoltarono la sua voce e quella dei tifosi. I quali, giustamente, lo stadio l’hanno intitolato da soli ai Bortolotti: la targa è sempre lì in bella mostra e non c’è stato uno scalzacane del Palazzo che abbia avuto il coraggio di toccarla.

Sono gli stessi quaquaraquà, di qualunque colore, che da cinquant’anni non risolvono il problema dello stadio: sparano panzane e promesse con la stessa facilità con cui puntano ai biglietti omaggio per la tribuna dell’ex Brumana e, qualche volta, portano pure sfiga. Sono gli stessi che non hanno mai digerito il successo imprenditoriale di Ruggeri, uno che si è fatto dal nulla e ha dato lavoro a migliaia di persone, come quello dei Percassi oggi, il cui Gruppo conta 4 mila dipendenti sparsi in Italia e nel mondo.

Percassi, per due volte, nell’arco di sedici anni, protagonista della staffetta al vertice con Ruggeri, esprime il dolore di un popolo con parole giuste: «Gli atalantini ricordano la figura di Ivan come un Presidente appassionato e leale, sempre determinato nel difendere gli interessi della sua società. Un vero combattente coraggioso, al quale l’Atalanta e tutti i bergamaschi porteranno sincera riconoscenza. Esprimo ammirazione per l’esemplare dedizione con cui la famiglia si è presa cura del caro Ivan in questi lunghi anni».

Un combattente coraggioso. Ecco che cosa è stato Ruggeri. Gli importava essere e non apparire. Un mastino anche in Lega: non gli piacevano gli intrallazzi e le camarille, il calcio spezzatino, l’invadenza delle tv, il calcio vendutosi anima e corpo alle tv, gli stadi obsoleti e infestati dai violenti, gli inciuci fra i potenti, sempre a danno delle medie e piccole società.

Se un uomo si giudica dalle sue azioni, in questo momento Ivan si sta preparando a Inter-Atalanta, lassù, in paradiso, assieme a Giacinto e all’avvocato Prisco.

Fuori dalla camera ardente, una signora si fa avanti. Racconta di essere sempre stata molto vicina alla famiglia Ruggeri. Confida: «Ivan ha fatto del bene a tali e tante persone che ho perso il conto. Ha aiutato i poveri e i deboli. Non ha mai voluto si sapesse. Ora, però, è giusto che tutti ne vengano a conoscenza: galantuomini così meritano di essere ricordati per la loro generosità, per l’esempio che hanno dato, per ciò che ci lasciano».

Ivan era profondamente credente. Il telegramma di Papa Francesco, quassù, sopra Bergamo, è appena arrivato. Porta il dolore e il cordoglio di questo straordinario Pontefice dell’umiltà, gran tifoso di calcio. Bergoglio sarebbe sicuramente piaciuto a Ruggeri, così come gli piaceva Giovanni Paolo II, al quale era legato da un rapporto di devozione. Fra l’altro, per i gendarmi e le guardie svizzere del Vaticano, Ivan era diventato un mito da quando, dopo la prima udienza da Wojtyla, informato del campionato del Papa che si disputa oltre le mura leonine, l’allora presidente dell’Atalanta volle occuparsi della fornitura del materiale tecnico alle squadre iscritte al torneo. Naturalmente, era un dono dei nerazzurri.

Insomma, Ivan riuscì a fare un gol anche in Vaticano.

Bisognerebbe abolire aprile dal calendario dell’Atalanta.

Bisognerebbe proprio abolirlo.

Xavier Jacobelli

Direttore Editoriale www.calciomercato.com

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