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Venuta Iris, la favola dell’università risorta

Si guardò allo specchio quei suoi occhi color nocciola, sollevata: si osservò quelle lentiggini sfumate, opache, quasi invisibili se viste dal riflesso d’uno sguardo. Eppure le piacevano, anche se oramai era una donna, Iris.

Vide la sua immagine impallidire, come al termine di un lungo sospiro, e poi allargare gli angoli della bocca, a mo’ di sorriso. La donna è come un arcobaleno, le avevano detto. La donna è come un arcobaleno perché parla col sorriso quand’ è passata nel mezzo d’una tempesta, e s’è salvata. La pioggia la tempra, la modella come argilla scura.

Era bella, Iris; bella come una pesca colta e odorata, fiorita; era bella perché aveva nell’anima la certezza che nulla avrebbe potuto mai turbarla. Quanto può essere bella una donna se il mondo non l’investe, se la natura non la sveglia e la colora? Il suo nome era uno di quegli aforismi mal riusciti, colpa d’un entusiasmo esaltante e di una madre sapiente: Venuta Iris; Iris per Iride, messaggera degli dei, colei che liberò Didone dall’agonia di un’anima in lotta, spezzando i legami delle sue membra.

E’ Venuta perché il mondo della cultura l’aveva voluta ardentemente, desiderata, sognata finché non era sorta, come un campanile di mattoni, elegantissimo, costruito accanto alla sua chiesa madrina, che lo esige. Era dura avere per madre la cultura, e per padre lo Sforzo di riuscire, ma Iris aveva dentro di sé il nocciolo della volontà, quella sorta di radice incommestibile che allunga le sue dita legnose nello stomaco, ne possiede le viscere, e vi edifica il sentimento della lotta.

Cosa può far di una donna un arcobaleno? Iris ci pensò su, assorta. Quella corona corvina che l’accerchiava e le faceva da cupa aureola femminea, si discostava non poco dal suo sapore di donna oramai vissuta. La tragedia, dicono, libera l’uomo. Ma davvero è così? Davvero una tragedia libera e fortifica? Chi l’ha detto che solo un’anima che soffre trova la pace? Iris continuò a rimirare nello specchio il suo io: disperava.

“Respira”, si diceva, “respira a fondo la tua nuova personalità, senti come ti chiama mamma , come ti cerca padre. “Accogli”, s’esortava, “accogli la tua nuova te, la te distrutta e restaurata, la te caduta, ma rifocillata, la te maltratta, umiliata, dimenticata, ma infine risorta.

Aveva un sogno, uno di quei sogni che ti tengono sveglia la notte, che ti fanno battere forte l’anima nel petto delicato, che si fanno amare perché semplici illusioni lontane, e per questo sognabili. Lei, Iris, avrebbe voluto rinascere. Sognava di rinascere come in una favola.

«Allora – si raccontava nel sonno – io sono una letterata, sono una filosofante e un’artista, sono mille mondi intessuti nell’unica mia identità vivente, come posso rinascere?».

Gli eroi rinascono, non credete? Sono loro che ammantano l’incertezza di sicurezze buone e gratuite e fanno credere nel futuro con quella sorta di lista degli alti ideali platonizzanti. Un eroe, per compiere la sua impresa ha sempre bisogno di un’entità che l’aiuti. Non importa se sia un animale, essere umano, istituzione, oggetto o soggetto, basta solo che abbia quel ruolo d’aiutante, quella funzione, appunto. Può averla anche una catastrofe in grado di generare una tragedia? Può averlo anche un urlo di Madre Natura contro l’umanità?

Tremò la sua voce, come quel nero 6 aprile di qualche anno fa. Trema la voce, le avevano spiegato, perché assieme trema tutta l’anima col corpo, perché la voce è la nostra bandiera, e se trema lei, è perché ci trema il coraggio e la paura. Mentre era affossata, mentre come una lenta e taciturna fenice, si detergeva le piume a forza di pianti, sotto le macerie, mentre il terremoto ruggiva e si dimenava nei sottosuoli, lei, Iris, pensava alla forte ginestra. A quella ginestra cresciuta fra le trite parole di un manuale di letteratura, fra le rime, le metafore rocambolesche, gli ossimori e gli a capo decisi o evitati. La ginestra le sorrideva, fiore bellissimo e incontaminato, sublime ma delicato.

«E tu lenta ginestra,

che di selve odorate

queste campagne dispogliate adorni,

anche tu presto alla crudel possanza

soccomberai del sotterraneo foco(…)

(..) E piegherai sotto il fascio mortal

non renitente il tuo capo innocente».

Si ripeteva. E la mente ne beveva, come incantata. Sotto le macerie, Iris viveva; E voi? Cos’è che vi ha spinto oggi a risorgere? Cos’è che vi ha spinto a rinascere sotto le vuote impalcature di cemento? Sotto una luce d’acciaio che illumina uno scheletro d’edificio?

È quell’arcobaleno, compagni miei. Quella rondine di colori vividi, sgargianti. Il terremoto? Il terremoto uccide, dilania, morde, rovina e infanga. Ma la cultura, la speranza, la voce dell’intelligenza, della resistenza, fa fiorire, illumina ed accende.

«La morte, penso, uccide più della vita. Perché la vita si può rigenerare, può ricrearsi, come un arcobaleno spento poi vivido tornato, come un tuono sacrosanto, che dà vita però al fulmine più incandescente, perciò brillante. Come una lacrima: che cala, fitta e corposa e poi s’asciuga, subito, grazie al vento della rivoluzione interiore» – questo forse sarebbe stato il messaggio di Iris, se fosse realmente esistita, se avesse avuto una carriera universitaria, come voi, se avesse avuto la macabra possibilità di passare sotto il giogo di un sisma.

Eppure io la sento, l’ascolto perché anch’io sono un pò come lei: quella grinta, quella rabbia trasformata in genio creativo, quell’assoluta volontà di farcela non perché si vince, ma perché si crede. Pensate che Iris sia cresciuta entro un nido d’oro e d’argento? Io credo di no. Io penso che la sua prima dimora fu un acquerello di campi fioriti, una mansarda vecchia e polverosa, magari in un sottoscala colmo di vecchi libri inutilizzati. Un giorno forse udì una voce, chiamarla. Un giorno si sentì svegliare, piano, capì che il mondo forse era pronto, che il terreno l’accoglieva, che la voglia di fare e di agire s’era dischiusa in molti uomini e donne.

Iris questo avrebbe voluto dirvi, al di là dell’inaugurazione, al di là dei ritardi, delle incertezze, delle favole di cemento, delle fiabe di mura e di mattoni: che la Cultura è l’unica iniezione di verità possibile. Che è la cultura che ci fa ballare nudi in un mondo di maschere, che è la cultura, solo lei, la vera rinascita.

Iris lo sa bene e vi ha regalato questo: una casa dove esercitarla, dove poterla amare, semplicemente. Virginia Woolf disse: « Se riusciamo ad avere cinquecento sterline l’anno, ognuna di noi, e una stanza propria; se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo, se guardiamo in faccia il fatto, poiché si tratta di un fatto, che non c’è un solo braccio al quale appoggiarsi, ma che dobbiamo fare la nostra strada da sole e che dobbiamo essere in relazione con il mondo della realtà allora Judith Shakespeare ritornerà».

Magari la somiglianza vi parrà inadeguata, ma pensateci, forza. Pensate per un secondo solo a quella donna cresciuta, ad Iris, che s’è svegliata di nuovo in ognuno di voi, oggi. Ogni vostro sospiro, ogni vostra lacrima versata per un esame male andato, ogni vostra gioia per uno riuscito: tutto ciò è Iris; la sua spina dorsale è la vostra voglia di cominciare a sognare un futuro, i suoi occhi sono i vostri, le sue orecchie sono le vostre canzoni, al mattino cantate. Cos’è che manca per farla nascere di nuovo? Un applauso, forse.

Un tenue battito di mani, timido e toccante. Un applauso ad Iris Venuta, che è risorta dalle proprie ceneri dimenticate. Un applauso a questa città, che l’ha fatta risollevare, l’ha curata e rifocillata. Un applauso a voi stessi che c’avete creduto, fino in fondo. Un battito di mani, certo, che potrebbe anche parere al suono un battito di ali: le vostre, le vostre piume che s’irradiano di nuova linfa ritrovata. Siete voi il sangue di questa facoltà, continuate, vi prego, ad irrorare il suo cuore restaurato. Continuate a raccontare la fiaba di Iris, che è cresciuta per darvi spazio, che non s’è spenta e mai lo farà, per donarvi il suo cuore, e con esso la sua immortalità.

Venuta Iris è l’anagramma di Università.

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