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L’Aquila, speranza e disperazione

di Maria Chiara Zilli

Trentadue bambini, oltre duecento ragazzi. Ci sono anche loro tra le 309 vittime del terremoto che la notte tra il 5 e il 6 aprile 2009 ha colpito L’Aquila, ferendola a morte. Tanti gli aquilani ingoiati dal mostro tellurico che in una manciata di secondi ha preso a morsi case, chiese, scuole e monumenti. Tante anche le persone che quella notte erano a L’Aquila per lavoro, per studio, per caso.

Tra le macerie di una città andata in frantumi sono finiti studenti universitari, arrivati nel capoluogo abruzzese per avvolgere con i colori della conoscenza un futuro annebbiato dalla crisi e cittadini stranieri, a L’Aquila per cercare lavoro e fortuna. Gente che ha trovato la morte, mentre era in viaggio verso la vita.

Altre persone all’appuntamento con il terremoto sono arrivate con un bagaglio pieno di emozioni, esperienze e dolori. Sono gli anziani: uomini e donne che dopo una vita di sacrifici sognavano una vecchiaia serena tra le mura di una casa costruita con fatica. Casa che da nido si è trasformata in trappola.

Poi c’è chi è rimasto. Chi ha visto vite fuggire via insieme al sangue e alla disperazione. Chi si è addormentato sposato e svegliato vedovo. Chi ha visto i propri figli strappati, violati, schiacciati. Chi ha mangiato la polvere e grattato la terra fino a strapparsi le unghie. Chi ha cercato un corpo caldo tra tegole e mattoni e invece ha trovato il gelo.

Ad illuminare le fiaccole che per il quarto anno accarezzano una città ancora piena di cerotti sono loro: le 309 persone che non hanno avuto la fortuna di un nuovo risveglio.

I giornalisti del Capoluogo.it che questa tragedia si sono trovati a raccontarla pur essendone completamente immersi, immaginano tutte le anime cadute tra la polvere come fiamme di vita che sfidano il buio, facendo luce su una città che oggi appare frantumata non solo nelle strutture, ma anche nella socialità. La tradizionale fiaccolata commemorativa non serve soltanto a ricordare chi se ne è andato, serve soprattutto ad unire chi è rimasto, rimboccandosi le maniche.

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