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L’Aquila. Qui, adesso

IlCapoluogo.it, con la riproposizione dei brani “Qui adesso” e “Ti vedi lì, riesci a vederti” dello scrittore Vincenzo Battista, in occasione della ricorrenza del 6 aprile, torna su una comune riflessione della città e le sue persone. Quelle persone che nella bufera – per usare un eufemismo che appartiene alle nostre montagne – si piegano, sfidano, ma sanno restare in piedi perché il tempo è stato sempre dalla loro parte.

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Qui, adesso

[i]di Vincenzo Battista[/i]

Quando usciva padre Girolamo, L’Aquila era altra, semplicemente altra cosa, imperscrutabile, uno schermo con immagini che passavano, ma senza valore, senza apparente significato: mai desiderata L’Aquila, forse percepita, non lo sapremo mai; distante sì, remota, meta possibile, ma con cui nessuno, tutto sommato, voleva misurarsi, in quell’immaginario dilagante e incatturabile, dei ragazzi, con i pantaloni corti, anche d’inverno.

{{*ExtraImg_80456_ArtImgRight_300x400_}}Quando usciva padre Girolamo la città, questa sì, era Santa Croce, spaziale quanto bastava e in un solo colpo d’occhio delimitata; chiusa e protetta; certa nella sua frontiera, il suo perimetro, percorso e vigilato, un [i]castrum[/i], una fortificazione con al centro invece di un decumano, una ripida discesa con due chicanes per carrozze in legno e cuscinetti: i pedoni le vedevano all’ultimo momento . . . E poi mura antiche e camminamenti, archi, palazzi come torri per nascondersi, piazze d’armi improvvisate e persino un agorà per il fuoco di San Giovanni, la prova iniziatica: saltare il falò, il fuoco, alla ricerca ancestrale del primato, il superamento della quotidianità, mostrato, ostentato; il palazzo dei “questurini” come una sorta di presidio dell’Unesco, e per non farsi mancare nulla anche un monastero diruto del ‘300, una sorta di Cinecittà, gli Studios, con Montecassino assediato da conquistare, per esempio, oppure con i droni (aerei militari senza pilota) cioè le “azze” dei biancospini, legate con un filo intorno alla testa, e fatte volare anche all’altezza di un secondo piano. Ma poi si continuava con i teschi dell’ossario e l’unica cosa che saltava in mente era quella di giocarci a calcio.

Quindi, in una scenica Full Metal Jacket, si combatteva, anche corpo a corpo, con le spade in legno e lance molti secoli prima, e dopo con le cerbottane.

{{*ExtraImg_80457_ArtImgLeft_300x225_}}Sopra i cumuli di macerie secolari con le armature di cartone, Achille restituiva il corpo di Ettore che così poteva essere sepolto e trovare la pace. Achille piangeva poi, non perché rivedeva in Priamo suo padre, ma perché a calci e schiaffi veniva riportato a casa, dopo che tutto il quartiere si era mobilitato, la madre piangeva, il padre bestemmiava, lo avevano cercato, trovato poi, ma a tarda sera. Non si capirà mai perché si era nascosto nell’ossario a ricomporre uno scheletro con grande perizia, nemmeno dopo un lungo interrogatorio…

Loro, l’essenza di tutto questo, i ragazzi di Santa Croce che non riuscivano ad essere normali: scout, lupetti e salesiani dell’oratorio Don Bosco la domenica a servire la messa, e della “via Paal”(ma che nessuno aveva letto) nel resto della settimana nella loro “citta”: un cambiamento genetico, inspiegabile, arcano.

{{*ExtraImg_80458_ArtImgRight_300x225_}}Quando usciva padre Girolamo, la sua missione non era quella di girare nella provincia dello Shaanxi in Cina, ma dalla sua “casa”, come un fenicottero, si fermava a guardare. In quel modo, con un solo piede poggiato a terra, raggiungeva in missione gli altri ragazzi, un branco di lupi magri e famelici, fino a cercare di toccarli, così sarebbero diventati suoi figli redenti dal peccato originale, e dopo, questi, dovevano correre nel luogo certo, invulnerabile, appunto la ”casa”, prima che una violenta scarica di calci, pugni, sberle li ricoprisse in una teologia del corpo umano che voleva così la sua prova ordalica, “magica – religiosa”, per tutti.

“Il superamento”: un’iniziazione per placare la sete, lotta eterna tra il bene ed il male, scacciato.

{{*ExtraImg_80459_ArtImgLeft_300x225_}}Tallonatore, pilone, mediano di mischia, seconda linea, tre quarti d’ala, ma con “salta la mula”. Una sorta di mischia “salta la mula”, forse propedeutica al rugby (molti quando lasceranno “la città” andranno a giocare a rugby), e lì, scendevano in campo i pesi massimi del quartiere amati tanto da essere tenuti a distanza, non si sa mai. “[i]Il rugby è una buona occasione per tenere lontani trenta energumeni dal centro della città[/i]”, scriveva Oscar Wilde.

Si iniziava con una lunga fila piegata con la faccia che guardava a terra, con le braccia ai fianchi del compagno, che terminava, si appoggiava infine alle mura medioevali. Gli altri dovevano saltare, dicendo “salta la mula” e con lunghe rincorse, far spazio ai compagni, nella piramide umana che prendeva le forme più bizzarre, come un [i]souffle[/i] che si gonfia a dismisura e poi cede da qualche parte. Anche per lungo tempo tra urla e imprecazioni si rimaneva ancorati per fiaccare la mula: come “[i]ju ruspu alle sassate[/i]”. Quelli giù dovevano tenere; aggrappata sopra, l’altra squadra, resistere e mantenere le posizioni. Chi passava con le buste della spesa, non poteva far altro che guardare quello spettacolo, quei deficienti – dicevano – che chiusa la scuola, battevano in lungo e largo la frontiera e il quartiere: se ne impossessavano con le loro regole.

{{*ExtraImg_80460_ArtImgRight_300x225_}}Ulisse di Itaca, invece, riuniva i suoi compagni a “buzzico”, “in notturna”. Con la sua astuzia e la mancanza di scrupoli, si lasciava per ultimo, niente doveva essere d’impedimento alla desiderata fine dell’impresa, resistere, depistare e liberare tutti usando le tecniche più raffinate, i nascondigli, i travestimenti dentro la magia della notte. Sotto un lampione si calciava con i piedi un barattolo, poi tutti scappavano e si nascondevano, solo uno lo raccoglieva, ne restava a guardia, ma doveva scovare gli altri, individuarli, chiamarli per nome e battere poi tre volte a terra “ju buzzico”. Per liberare i prigionieri l’ultimo, l’Ulisse salvifico, doveva arrivare vicino alla tana, non farsi vedere, calciare il barattolo e liberare tutti, ma sempre attenti a quel rumore del barattolo, al suono che rimbalzava, al suo primitivo messaggio fatto di niente, di quanto poco potesse bastare intorno a quel barattolo, penso, mentre lo raccolgo, poggiato su un muretto, forse servito per una pietanza, per qualcuno che ha lavorato per sgombrare le macerie ed è andato via, mentre scendo a piedi il ripido rettilineo, prima della chicane.

{{*ExtraImg_80461_ArtImgLeft_300x225_}}Ogni tanto ci torno a Santa Croce. E’ come scavalcare una cornice ed entrare in quadro metafisico di Giorgio De Chirico: l’enigma, l’assenza dei personaggi umani e la solitudine; scene che si svolgono davanti ai nostri occhi, ma fuori del tempo.

Tornare lì è sempre un viaggio nuovo, una sorta di pellegrinaggio all’antica come scriveva Ignazio Silone, mai uguale a se stesso, fino a casa di mia madre, squarciata, sempre più aperta, sempre più vivisezionata, una “[i]Lezione di anatomia del dottor Tulp[/i]” di Rembrandt, sempre più “indagata” dall’esterno: metamorfosi delle rovine nel divenire, in continuo disfacimento, come se non bastasse, non avesse fine. Forse è la metafora della vita degli aquilani, inconfessabile, quello che resta, guardando dai bordi della città.

{{*ExtraImg_80462_ArtImgRight_300x225_}}Una volta commisi l’errore di portarla a Santa Croce, mia madre ottantenne, a rivedere la casa. Lei si aggirava intorno, la guardavo, muoveva le braccia, mappava forse “quella notte ”, quando la battaglia ebbe inizio, quando i cavalieri dell’apocalisse scesero verso la città, mentre gli intonaci si torcevano in un rumore irriproducibile, si scuotevano prima, si aprivano poi, e come in un [i]video games[/i] mia madre usciva, curva e incosciente, trovava un buco nella parete del primo piano da cui entrava un po’ di luce, mentre dietro a lei cadevano le mura, si univano in cumuli i detriti, ma dopo che era passata. Dopo.

Più tardi dirà del pantheon di divinità, includendo i familiari, che l’hanno protetta; la soprannaturalità che decide i destini, intervenuta, impalpabile, il caso e la necessità che lottano tra loro, una sorta di cammino sul filo del rasoio tra resistenza e declino, tra vita e morte, che ha scelto la prima, comune, a tanti, che si sono salvati.

{{*ExtraImg_80463_ArtImgLeft_300x225_}}Prima di andare via, come se ci fossimo dati appuntamento, con in mano una cassetta di pomodori bolliti, in bottiglia, datati, che avevo preso dal basso, davanti a me, e in quel modo, la pattuglia del 113. Resto così, fermo, guardo la scena: mia madre lentamente si avvicina, si appoggia alla macchina e piange, la donna poliziotto abbassa il vetro del finestrino e piange, l’autista si commuove.

Resto così, dentro Santa Croce, dentro le voci . . . Se poggi l’orecchio a terra, puoi sentirle.

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Ti vedi lì, riesci a vederti

[i]di Vincenzo Battista[/i]

‘Progetto Case’, Bazzano. Adesso il rumore è più forte, cresce sempre di più. Intenso. E’ arrivato il momento: “[i]Dai, usciamo dalla ‘camera con vista’, possiamo chiamarla così, sul balcone [/i]– le dico – [i]potremmo anche vederla . . .[/i]”. Lo fa, Lucia, IV elementare, sorride e forse ha capito . . . lo fa, e così ci affacciamo sopra la ‘battaglia‘, dentro una nuvola bianca che si alza dal suolo, sulla pianura che da lì si riesce a vedere. A tratti si scorgono anche schiere di cavalli e cavalieri che in formazione si muovono, compatti, e escono dalla polvere.

”[i]Li vedi, eccoli[/i]” le esclamo. Per un attimo appaiono e combattono, tra la nube, contro i fanti con gli scudi, schierati in linea con le lance abbassate e proiettate in avanti. Le armature abbaglianti luccicano sotto i vessilli colorati e ancora le insegne della città, ”[i]i Quarti[/i] – li vedi – [i]adesso si vedono bene[/i]” dico a Lucia, alti, tenuti dai portastendardo che sembrano camminare sulla nube; appaiono, si inclinano, cadono e sbattono a terra, ma vengono rialzate, le insegne, importanti, l’ultima difesa, tenute ferme e intorno un cordone di fanti, per proteggerle, mentre urla l’ardore, l’impeto si scatena, le spade si incrociano, il rumore sale, la sfida è arrivata, dopo un anno di assedio il coraggio è liberato nella battaglia, che ha deciso di scendere in campo aperto, fuori le mura assediate.

“[i]Che spettacolo Lucia. E dietro[/i]- le dico- [i]guarda ancora[/i]”. Le alte mura bianche in pietra della città, la porta e le torri di Aquila e, sopra, gli aquilani che sventolano i drappi, incitano alla vittoria le donne, gli anziani e sì anche i bambini corrono lungo la cinta muraria.

“[i]Ti vedi lì Lucia sui camminamenti delle mura, riesci a vederti…?[/i]”.”[i]Sì[/i] – mi ripete – [i]sì”, mentre si aggrappa alla ringhiera, allunga la testa Lucia, vuole vedere meglio, vuole capire, vuole vedersi, riconoscersi[/i].

Quando chiudiamo la porta del balcone torna seduta al tavolo, sopra i libri e i disegni, che sfoglia, adesso che la battaglia è finita, adesso, vinta, la città è salva, tu sei salva – le dico, Lucia – e la città, la “[i]Fedelissima civitas[/i]” nell’anno domini 1424 continuerà a esistere, ancora, per tanti secoli, oltre gli eventi, oltre le catastrofi, tra le montagne.

La città di frontiera continuerà a vivere, addizionando e sottraendo le pietre delle case, ricostruendo cose e luoghi, senza voltare le spalle al tempo, questo sembra il suo destino e, dentro le mura, tante altre Lucie, dentro i libri, insieme ad altri nomi, molti sconosciuti, ma che raccontano come siano giunti fino qui, come è stato possibile.

Anno domini 2012. “Qui, ripartire”, dalle “torri” del progetto case, è invece soltanto un’espressione vocale, umana, della “comunicazione”, ma senza fondamento alcuno.

“Qui ripartire”, un’impresa, una missione affidata alle voci di don Antonio e alla sua idea di Chiesa, al comitato di quartiere Bazzano e alla dignità e alla compostezza delle parole di Lucia Tomei con in braccio suo nipote. Sembrano personaggi de “[i]La compagnia dell’anello, il Signore degli Anelli[/i]”, in una lunga avventura senza fama né gloria, nella lotta tra il bene e il male, metafora che racconta un certo tipo di aquilani: poter contare sulle scelte e non essere persone provvisorie, battersi dall’esclusione sociale e ”liberare” i 1900 abitanti dalle “torri”, restituire loro dignità, cittadinanza, richiesti costantemente dentro il progetto case di Bazzano che “guarda” L’Aquila allineato e ordinato come una composizione “Lego” colorata; non c’è battaglia, il tempo sembra dilatato, per tanti, e quasi scaduto per alcuni, apparentemente più lento per molti, insieme ai gesti e alle parole anch’essi ridotti, il tempo è declinato in un unico sentimento, dominante, collettivo, oltre la statale.

Il costo più alto di tutto questo lo pagano gli estremi della vita: i bambini in una marginalità sociale, i più vulnerabili; gli anziani con la loro emarginazione e disagio.

C’è l’assedio qui, ma di un’indifferenza, la più temibile: l’ombra di un luogo sociale senza identità alcuna, che raccoglie e trattiene le pene quotidiane, il dolore, i lutti rimbalzati e mai elaborati, catapultati da una storia collettiva, un epistolario, e qui domiciliati: un contenitore antropologico a cui è impedito di “guardare” avanti, come Lucia con il suo sguardo rivolto al passato, a cercarsi…

Che cosa si immagina diventerà? Come e dove vivrà Lucia? Quali sono le sue aspettative, i suoi sogni, mentre disegna “torri su torri”, camper in sosta, piastre antisismiche e parcheggi pieni di macchine?

Gli anziani, senza certezze se non quella di aspettare il sole, i nuovi eremiti, escono sui balconi, si appoggiano alle ringhiere, guardano la pianura della battaglia. Ma va bene così – dicono – hanno le case e il resto, sì, il resto fuori dal loro tempo e dal loro immaginario, è meglio non vederlo ed è difficile raccontarlo.

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