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L’Aquila, la vittima numero 309

«Sono molto credente e penso di avere mia figlia e la sua famiglia vicino, in un’altra dimensione. Quando immaginavo una disgrazia, come perdere un figlio, anche se poi mi è toccato molto peggio, dicevo: impazzirei. Invece mi è scoppiata questa grande forza». Renza Bucci è la nonna di una bambina mai nata, una donna che la notte del terremoto del 6 aprile 2009 si è vista spazzare via la famiglia, senza poter fare nulla: ha infatti perduto sua figlia Giovanna, suo nipote Francesco, suo genero Luigi ed appunto Giorgia, la vittima numero 309, la nipotina volata in cielo ancora prima di venire al mondo. Sarebbe dovuta nascere proprio il 6 aprile.

La voce della signora Bucci non trema, anzi è molto ferma. Dalle sue parole è evidente che si aggrappa alla fede: è la forza che la tiene ancorata a un luogo ormai irriconoscibile, una città spezzata, che ha le ossa distrutte e l’anima ancora impaurita. La signora Bucci, quattro anni dopo il tremendo sisma, è l’emblema di chi ha perduto le persone più care: quattro anni di fatica sulle spalle e di sofferenza nel cuore pesano come quattro secoli. Renza Bucci lo sa ed è convinta che se non si ha fede si rischia brutto. Si rischia di perdere la bussola.

«Resto qui per il cimitero – ammette – se potessi portare mia figlia con me, starei bene dappertutto. Ero una persona schiva, timida, ora sento di dover parlare per loro». Loro, gli angeli del 6 aprile del 2009. «La memoria è importante – precisa con estrema chiarezza – maestra di vita come la storia, per non commettere gli stessi errori».

«Mi preoccupa chi è rimasto orfano, se è un ragazzo, penso a mia figlia piccola, non capisce che cos’é la scadenza di una bolletta. I bambini stanno malissimo via via che crescono. Lo Stato dovrebbe fare qualcosa di più per loro», analizza la donna, che poi dice la sua sulla questione della sicurezza anti-sismica. «Non c’era un piano di emergenza allora, mi pare che non ci sia neanche ora – afferma con rabbia – checché se ne dica, finora siamo arrivati ai cartelli, non si è mai fatta un’esercitazione. Ma è importante avere una città sicura».

Nonostante tutto, la signora non perde la speranza: «Speriamo si cominci a smuovere qualcosa, soprattutto economicamente – conclude – la cosa più importante è il lavoro per i giovani che stanno scappando. Eravamo abituati sotto i portici ‘dal biberon al bastone’ ma le mie figlie scappano da qui. Ma per chi la ricostruiamo questa città?». E sui giorni di celebrazioni, di memoria, di ricordi con la Fiaccolata e il silenzio per le vie del centro storico ancora sfregiato, Renza Bucci spiega: «Se la fiaccolata non si fa, non muoio: è inflazionata e poi è il ricordo che conta. Non deve essere una cosa da supermercato».

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