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06/04/09, i 4 verbi del Terremoto

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di Gioia Chiostri

Fiumi di pagine, laghi di commenti e acquazzoni di parole. Allo scoccare del giorno della commemorazione del sisma, lacrime miste a occhi chiusi subentrano ai visi di sempre. Il terremoto ha toccato tutti, in un modo o nell’altro, nell’intimità della vita alla quale si era dato un volto sicuro. Oggi, dopo quattro anni di peregrinazioni, pseudo interventi e crisi istituzionali, quel volto stenta a ritrovare i lineamenti di un tempo. Occhi di cemento, pupille di pietra, spalle di legno: così si va avanti. O almeno si cerca di farlo. Eppure la bocca no, quella non è ancora una lapide. Troppe sono le testimonianze, le esperienze che tentano di divincolarsi nel marasma del dolore post-sisma. Ognuno ha vissuto il proprio terremoto, dentro e fuori, ognuno ha perso e ha pianto, tutti hanno combattuto. Qui, in questo scorcio di vita, quale può esserlo un articolo, si è voluta dare una bocca a chi ha voglia, ancora, di raccontare. Ma raccontare cosa? Non quella notte, non le ore 03,32, non il terrore. Ma come si è guardato avanti, come è ripartito il cammino, come si è scelta di nuovo l’Aquila anche se l’Aquila non c’era più.

E lo si è fatto prendendo in prestito 4 verbi, affatto casuali, che diventano , col senno del poi, scelte fatte nell’emergenza. Non semplici verbi, quindi, ma decisioni. Il terremoto ha prodotto cadute e vuoto, non solo materiale. È il momento di Resistere. Ricominciare. Dimenticare. Amare.

Resistere. È Elena Subrani a parlare, originaria di Villa San Sebastiano, un paese vicino ad Avezzano e quindi non direttamente interessato dal sisma. «Scrivere sul 6 Aprile è, per me, una liberazione dopo 4 anni di silenzio. Sono una studentessa de L’Università de L’Aquila dal 2007, iscritta alla Facoltà di Lettere, attualmente frequento il secondo anno della Laurea Magistrale in Filologia Classica. Non ho mai vissuto a L’Aquila: sono sempre stata una studentessa fuori sede e pendolare; non so se questo, oggi, possa essere considerato un privilegio da parte di chi vi ha vissuto e, soprattutto da parte di chi era lì quella terribile notte. Ho sentito e vissuto, però, insieme ai miei compagni di corso, la scossa che ha allarmato tutti: quella del 30 Marzo; la situazione si prospettava davvero tremenda, anche se, forse, è stata sottovalutata. Arrivo, con il cuore in gola, al momento di dover riprendere in mano i libri: dove? come? Quando? Queste erano le domande che mi hanno ossessionato, mentre studiavo, nei giorni di fine Aprile. Abbiamo sostenuto, nei primi tempi, gli esami nelle tende nella zona di Coppito, adibite appositamente per l’Università. Facce spaventate, strane e completamente spaesate era quello che si vedeva tra quelle tende, tra il caldo afoso, accentuato ancor di più dal materiale delle tende e le piogge improvvise. È noto che noi studenti di Lettere siamo stati i più torturati dal terremoto; non si è trattato solo di disagi provocati dagli spostamenti nelle varie sedi della Facoltà, ma di un vero e proprio sradicamento dal nostro luogo di “origine”: Piazza Camponeschi, Palazzo Carli, il centro della splendida città de L’Aquila. Anche io, che non vivevo in quei vicoli, sentivo una sensazione di familiarità e di accoglienza».

«La nuova sede della Facoltà di Lettere si appronta poi nel nucleo industriale di Bazzano, in una ex fabbrica. La distanza dal Terminal di Collemaggio, ormai frequentatissimo dagli studenti (quasi tutti non più domiciliati a L’Aquila), non era notevole ma il servizio degli autobus che ci permetteva di raggiungere la Facoltà era estremamente inefficiente. Ricordo di aver chiesto, personalmente, al Sig. Preside della nostra Facoltà, come poter risolvere il problema, ma, con viso affranto, mi ha risposto che più di così non si poteva fare. Se, leggendo queste parole, notate un velo di critica nei confronti di chiunque questa situazione non abbia nemmeno cercato di risolverla, state leggendo bene! La sede di Bazzano era davvero funzionale, ciò che non andava era il contorno: quello che circondava la Facoltà, il deserto dei Tartari: ricordo di essere uscita, una sera alle 19.30, da lì e fuori c’erano le luci spente, nessuna automobile per strada e figurarsi qualche autobus. Nonostante tutto ciò io e gli altri abbiamo voluto “resistere”: continuare gli studi in una città come L’Aquila è stato non solo un atto di coraggio ma anche un dovere nei confronti di chi e cosa ci aveva accolto negli anni precedenti. Personalmente ho sempre associato la nostra Facoltà al centro storico: sarà per l’aria che si respirava, il senso di antico, di storia e di arte, i simboli dei nostri studi. E’ proprio per questo che ora, in questi mesi, credo che si possa tornare a provare quelle emozioni: la Facoltà di Lettere è finalmente dove meritava di stare: nel centro della città. Si tratta del vero senso della ricostruzione: parola ascoltata e riascoltata innumerevoli volte, in questi 4 anni. Sicuramente ancora c’è bisogno di sistemare tante cose essenziali e superflue ma comunque fondamentali alla nostra vita universitaria. L’Aquila vive ancora e noi, nelle nostre aule, con l’indelebile ricordo dei nostri compagni che hanno perso la vita a causa del terremoto, andiamo avanti, sperando che i nostri occhi possano brillare alla pari, se non di più, di quando ci trovavamo di fronte a Palazzo Carli».

Ricominciare. La seconda voce è quella di una ragazza di 22 anni di Avezzano, Giada Tonon, che ha scelto comunque l’Aquila per i suoi studi, nonostante il sisma. «Sono una studentessa dell’Aquila, e mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti nell’anno 2009/2010. La mia decisione di venire in questa città è avvenuta dopo il sisma del 6 Aprile. Questa scelta è stata motivata dal fatto che l’Aquila, insieme ad altre otto Accademie presenti in tutta Italia, è la sede della Scuola di Restauro, e dato che la mia aspirazione è quella di affermarmi come Restauratrice, ho intrapreso questa scelta».

«Inizialmente poteva risultare difficile stare in questa città ed iniziare un percorso di studi, data la catastrofe che si era appena verificata, eppure non poteva esistere luogo migliore per intraprendere una ricostruzione, un domani, e dare a questa città un valido aiuto, per quanto concerne il mio settore. Posso affermare di non aver riscontrato, durante questi anni, molte difficoltà nel mio percorso di studi anzi, l’Università dell’Aquila ha reso gratuita per tre anni la tassa di iscrizione, e sempre per tre anni abbiamo usufruito del servizio gratuito di trasporto; questo è stato sicuramente un valido aiuto per tutti gli studenti che come me si sono iscritti dopo il sisma. Una delle difficoltà è che per tantissimi studenti, me compresa, è iniziata una vita dedita al pendolarismo. Ci sono stati, dopo il terremoto, anche numerosi trasferimenti di studenti presso altri atenei; sicuramente risulterà più difficile studiare all’ Aquila: lo splendido centro storico non c’è più ed esso era un centro d’aggregazione per tutti i ragazzi, per tutti gli studenti».

«Ci sono disagi, affitti non sostenibili, aumento di tasse (per quanto riguarda la mia Accademia), mancanza di fondi. Gli studenti non si sentono più sicuri, ma in compenso c’è molta tenacia e determinazione. Non ho mai avuto un ripensamento per aver fatto questa scelta e posso dire con certezza che ricorderò l’Aquila come la città in cui ho trascorso anni bellissimi della mia vita. Spero vivamente che questa ricostruzione avvenga il prima possibile, e con il mio lavoro insieme ai miei colleghi che hanno intrapreso la stessa scelta, l’augurio più grande è quello di poter Restaurare e ridare vita al centro storico e con esso a tutti i beni culturali, bellezze artistiche che sono presenti in questa città da sempre viva artisticamente».

Dimenticare. Martina Toma, una ragazza di 21 anni ha fatto la sua scelta. «Sono arrivata nel 2011 a L’Aquila per la prima volta senza sapere cosa aspettarmi. Sapevo del terremoto – come non esserne a conoscenza – ma ho sempre pensato che non potesse aver creato troppi danni, fino a che non ho visto con i miei occhi: purtroppo per me ho preso casa a Coppito, proprio nella piccola piazza accanto a tante case un po’ distrutte e un po’ ristrutturate. Qualche giorno passato lì ed il mio umore è cambiato, non riuscivo più a pensare alla nuova vita universitaria che mi aspettava. Ogni giorno sentivo un peso nel petto, come se ci fossero solo dolore e tristezza; ma era un po’ da ipocriti provarlo così senza esserci stata quel 6 aprile del 2009. Pochi mesi dopo, la risposta della Facoltà di Bari arrivò e colsi subito l’occasione per andare via. A volte penso ancora a Coppito, ma sinceramente non mi pento di essere andata via. Forse un giorno me ne pentirò».

Amare. Serena Borgia, studentessa del corso di Laurea in Filosofia e teoria dei processi comunicativi, originaria di Otranto, provincia di Lecce: «Io sono arrivata all’Aquila nel 2011. In linea di massima non mi ha mai sfiorato il pensiero di non trasferirmi a L’Aquila per colpa del terremoto. Io sono venuta perché avevo un ricordo vago della città che ho visto quando avevo solamente sette anni, e me ne sono innamorata. E quando sono giunta qui diciannovenne, ho provato la stessa sensazione; al di là delle macerie o altro. Come quando ami qualcosa e poi nonostante tutti i cambiamenti, continui a provare la stessa emozione, con più o meno intensità, certo. Ma la provi, ed è questo l’importante».

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