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Sei aprile, la sofferenza non è omologata

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di Alessia Lombardo

Terremotati con la facoltà di scegliere come commemorare il quarto anniversario del mostro.

Non c’è il modo di vivere il dolore, ma semplicemente un modo. Ognuno ha il proprio: c’è chi alla fiaccolata commemorativa della notte del 5 aprile non partecipa. Non si tratta di mancanza di rispetto per il ricordo delle 309 vittime (se questo è il numero reale) o di una fuga dalla sofferenza, ma di un percorso introspettivo del disastro che è semplicemente il proprio.

Questione di riservatezza, un’altra sfaccettatura della sofferenza, semplicemente una reazione caratteriale al dopo.

In molti resteranno nelle proprie case, avvolti dall’aleatorietà del concetto delle quattro mura, a pregare, ricordare chi non c’è più rispettando nel silenzio una data che sarà impressa indissolubilmente nelle proprie vite. I tempi di elaborazione della sofferenza non sono omologati.

Non bisogna salire in cattedra e giudicare.

Volge al termine una settimana carica di dolore, i giorni dell’attesa dell’anniversario costituiscono un appuntamento con il ricordo ancora troppo duro per tutti. La sofferenza è appiattita dall’occhio delle telecamere, immagini e voce non bastano. Lo sguardo smarrito che etichettava l’aquilanità nell’immediato post-terremoto, al quarto anno di una nuova vita, è ormai sceso in fondo al cuore.

«Non sono mai stata alla fiaccolata – dice Giulia, giovane aquilana – tornare lì di notte fa ancora troppo male e ho anche dubbi sulla sicurezza. Per me i 309 rintocchi costituiscono altrettanti tonfi al cuore. Il dolore si ha dentro e si commemorano le vittime anche con una preghiera a casa, in chiesa. Tutti i giorni».

«Il dolore c’è ogni giorno – conclude – ogni volta che si fa una passeggiata. Bisogna andare avanti e rimboccarsi le maniche».

Strano fenomeno quello delle adesioni al ricordo: chi ha scelto l’altrove dopo il caos tornerà sentendo un richiamo interiore, chi invece è rimasto si rifugerà nell’intimità dei propri affetti.

Il rifiuto del dolore è ancora dietro l’angolo. C’è ancora chi soffre alla vista di candele commemorative sui social network nei giorni del ricordo. «Non entro su Facebook, mi fa male. Mettere una candela è un modo per ricordarlo al Mondo, noi non dimenticheremo mai», sostiene una ragazza.

«A chi dobbiamo dimostrare cosa? – si interroga – passerò il mio sei aprile a lavoro, poi andrò al centro commerciale e la sera per rispetto resterò a casa».

Il centro commerciale, quel centro commerciale da quattro anni è il cuore della nuova vita. Lì si intrecciano le esigenze del quotidiano con relazioni umane e attimi di svago. Davvero troppo poco per una città ricca di storia, di arte, di dignità. C’è chi puntualmente emigra nel weekend in cerca di ‘aria’, chi invece soffre se abbandona il proprio capoluogo. Questione di punti di vista.

Abitudini ridisegnate, esigenze modificate: il venerdì c’è chi parte e chi resta.

«Si tratta semplicemente di staccare dal peso lavorativo e concedersi qualche giorno di spensieratezza. L’Aquila offre davvero poco ai giovani», spiega un ragazzo.

Non sarà un weekend uguale agli altri, nell’anima di tutti è come se si verificasse nuovamente quella notte.

C’è chi prenderà l’autostrada e si lascerà le montagne alle spalle, ma non il dolore. Tornerà. Non biasimiamolo. È aquilano, non ha scelto di essere terremotato, ma ha deciso di restare e vuole veder rinascere la propria città.

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