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Il Martedì di Pasqua della Madonna d’Appari

di Vincenzo Battista

Dove piega improvvisamente il torrente Raiale, dentro la valle omonima, che solca e si incunea, sprofonda, tortuosa, tagliando il paesaggio nelle pendici occidentali della barriera di Pizzo Cefalone, contrafforte del Gran Sasso, fino a diventare un imbuto, giù fino alla Conca aquilana; i bastioni calcarei si avvicinano, si restringono, e la roccia addirittura si spacca come per un sortilegio antico, serrando sotto i pinnacoli la mulattiera e il corso d’acqua. Si racconta che in quell’ultimo luogo impervio neppure i carri potessero superare il varco, appena sufficiente per far passare un uomo a cavallo.

All’anziana Maddalena Chiaravalle, che pascolava un gregge in quel posto, per ben tre volte le fu detto, come narra la leggenda tramandata da tempo immemorabile, di far edificare un tempio religioso, un luogo di culto, di devozione, dedicato alla Madonna d’Appari, che miracolosamente le parlò. L’edificio, da una iniziale edicola religiosa in pietra, fu nel corso dei secoli costruito e ampliato con la datazione certa della prima metà del XVI secolo, fino a chiudere e sbarrare il varco con la sua facciata romanica lavorata in pietra e il suo primitivo presbiterio scavato e ricavato asportando la roccia, quasi a voler porre, come estrema difesa, l’autorità religiosa dalla selva dove vive incertezza e paura; il confine su cui possono spingersi i pellegrini per chiedere santità, protezione e la foresta, regno del maleficio, dell’angoscia così come era concepita fin dal medioevo, sconfinata e avvolgente, senza difesa, senza spiritualità che sembra rivivere in quell’”ammonimento”, un frammento di architrave, un bassorilievo in pietra, infisso nella parte esterna del santuario della Madonna d’Appari: il simbolo della Trinità protetto da un cerchio magico e fuori una fiera che cerca di entrarvi.

“[i]La cosa più antica la diceva mia nonna, Maria D’Aloisi[/i] – raccontava [i]Flora Rossi[/i] – [i]quando con la duchessa Costanzo andavo al santuario; a piedi, partivamo dalla villa di Paganica. La duchessa faceva vestire bene mia nonna con un grembiule bellissimo e, dentro, nelle tasche, metteva i ducati. La gente allora faceva la spola alla Madonna, a pregare, era un continuo. Mia nonna doveva vedere le donne, così voleva la duchessa, le più bisognose, e dar loro i ducati lungo il tragitto pieno di persone[/i]”. Come adesso, in questo “Martedì di Pasqua”, solenne da queste parti, con il corteo devozionale di statue, uomini e confraternite che avanzano e infine sbucano, in una visione soprannaturale, sul rettilineo del santuario.

“[i]Allora portavamo la cancrena al santuario[/i] – ci diceva ancora Flora – [i]per esempio una gamba, un braccio in legno e lì si lasciavano appesi, perché la persona che aveva amputato la gamba, comunque si era salvata, era stata miracolata dalla invocata Madonna d’Appari. Si faceva fare l’ex voto da un falegname e si metteva al santuario, per ricordare. . . Una persona di Paganica fece dipingere un quadro, perché vittima di un incidente aereo: negli anni Cinquanta andò in Venezuela; lui si salvò e sul quadro c’era un aereo che cadeva, e lo donò al santuario[/i]”.

E la supplica, il voto, si spingeva ancora più avanti, rompeva la consuetudine, scavalcava le forme tradizionali di penitenza quando, scalzi e con i bambini, per una malattia grave, alcuni si recavano “alla Madonna”; anche in ginocchio, raccontano, da Paganica, fino al santuario: dall’ingresso strusciavano distesi sul pavimento fino all’altare, come nei saggi dal sapore antropologico del primo D’Annunzio e nelle pitture di Francesco Paolo Michetti sulle forme impietose, praticate e primitive, di religiosità popolare.

Dentro il santuario, prima, le pareti rivestite degli oggetti della grazia ricevuta: vestiti di bambini, cuori, oggetti della prima e seconda guerra mondiale, protesi, quadri votivi, lettere, vestiario e anche oggetti preziosi in un apparato agghiacciante, visivo, crudele, disumano, di una società altra, imperscrutabile.

Le compagnie dei pellegrini venivano poi dai paesi limitrofi; i ragazzi coglievano le “[i]zarzole[/i]”, e il “[i]raffiato della Madonna[/i]”, foglioline tenere, germogli di primavera, si mangiavano. “[i]Mia nonna[/i] – diceva Flora – [i]aveva conosciuto alla fiera della Madonna Giuseppe Rossi, mio nonno, che allora era il custode della villa del duca Costanzo. Mia nonna Maria veniva da Santo Stefano di Sessanio, a piedi, con la famiglia: portava le vacche. I commercianti alla fiera stringevano parentele, e anche le comparanze si diceva allora . . .[/i]”.

“[i]Per la stampa di 1000 manifesti L.21,25 al tipografo Rossi, per manifesti distribuiti nei vari Comuni per la celebrazione della Nuove Fiera di Maria Santissima di Appari nostra speciale protettrice nei giorni di 22 e 24 aprile 1862 in questo Comune di Paganica[/i]”, deliberò l’Assise decurionale e, dopo, sicuramente, il Decurionato di Paganica si occupò del matrimonio di Giuseppe e Maria.

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