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Roma ricorda il grande Califano

di Francesco Troncarelli

Fiorello è stato il primo ad arrivare. Occhiali scuri, visibilmente commosso, ha fatto la fila ordinatamente insieme agli altri, poi arrivato davanti alla salma ha detto qualche parola, si è fatto il segno della croce, ha mandato un bacio a Franco ed è sgaiattolato poi via da una porta secondaria. In fila anche Maurizio Mattioli, il comico del Bagaglino, grande e grosso con quel fisico alla Fabrizi che tentava di nascondersi fra la folla per non distoglierla dal raccoglimento. Così Edoardo Vianello, compagno di serate nei locali notturni del Belpaese, nelle calde estati di fuoco di una vita passata a cantare. Ci ha provato anche Massimo Ghini, arrivato con la figlia Margherita per un doveroso e rispettoso saluto a passare inosservato, ma non ce l’ha fatta e così ha dovuto pagare pegno ai reporter delle troupe televisive alla caccia del vip di turno per la serie “parlaci di lui”, che va molto quando si tratta di personaggi scomparsi.

Ma oltre ai volti noti apparsi alla spicciolata nella camera ardente allestita nella sala della Protomoteca del Campidoglio in onore di Franco Califano, tantissimi sono stati i volti della gente comune che è passata davanti a lui per vederlo per l’ultima volta, per dire una preghiera, per dirgli ciao o più semplicemente grazie. Una marea di soliti ignoti che da sempre hanno costituito l’esercito sterminato e trasversale di fans, del grande cantautore nato per sbaglio a Tripoli, ma romano verace oltre che d’adozione.

Un serpentone di che si è arrampicato per la scalinata che porta al colle più nobile e centrale della Città Eterna, per rendere omaggio al cantore della vita di tutti i giorni, al poeta degli amori perduti e rimpianti, al Prevert di Trastevere che incantava uomini e donne con la sua voce roca e le sue parole giuste per narrare una storia, un’emozione, una scena di vita di vissuta.

Roma insomma ha abbracciato il suo Califfo, commossa e partecipe, in attesa della messa che si terrà domani alla Chiesa degli artisti di piazza del Popolo. Coetanei del mattatore delle notti romane, principi capitolini, ragazzi nati ai bordi di periferia, signore di una certa e giovani donne in jeans attillati e tacco dodici, c’erano tutti. Gli uni e gli altri turbati nel vederlo così, in quella bara, circondato da mazzi di rose rosse (simbolo della passione), coi braccialetti, le collane, la camicia aperta sul petto sotto un vestito blu come si presentava nella vita di tutti i giorni, ma con un rosario e l’immaginetta di Papa Benedetto XVI, pontefice che amava molto per il rigore intellettuale, fra le mani, che davano il senso reale del perché si trovasse lì con gli occhi chiusi.

A dare il tocco artistico del tutto però, le sue canzoni diffuse in sottofondo garbatamente. “Semo gente de borgata”, “Minuetto”, “Una ragione di più”, “L’ultimo amico va via”, “Tutto il resto è noia”. Brani indimenticabili e che hanno fatto la storia della musica italiana, che per la prima volta non venivano cantati da lui davanti a tanti fans, accentuando in questo modo il senso di malinconia e rimpianto per l’artista ed amico che non c’è più.

Ecco così che quello che ha scritto qualcuno nel libro delle partecipazioni al lutto, citando una delle sue più famose canzoni, appare tristemente e improvvisamente vero: “adesso sì che la musica è finita”. Ciao Franco.

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