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Da Fini a Di Pietro: tutti i grandi esclusi

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Elezioni sconvolgenti, con il boom del M5s e il flop di molte formazioni politiche che ora devono fare i conti con esclusioni clamorose dal nuovo Parlamento. Per primo il presidente della Camera uscente, Gianfranco Fini, che si era presentato con il Fli, lontano dalla soglia minima del 2%, necessaria ad ottenere dei seggi per i partiti facenti parte di una coalizione. Non sarà possibile il recupero come miglior perdente sotto alla soglia di sbarramento perché nello stesso raggruppamento l’Udc ha ottenuto per la Camera solo l’1,78% . Insieme a Fini anche Italo Bocchino e Giulia Bongiorno. Fuori anche Francesco Storace (La Destra) e Raffaele Lombardo (Movimento per le Autonomie).

Il ripescaggio è ancora possibile, ma per ora rimangono lontani dal Parlamento, tra gli altri, i capolista Paola Binetti, Lorenzo Cesa , Rocco Buttiglione e l’ex ministro dell’agricoltura Mario Catania, oltre a Giuseppe De Mita , Ferdinando Adornato e Marco Calgaro. Usufruiscono della clausola del «miglior perdente» anche i Fratelli d’Italia (1,95%, terzo partito della coalizione), quindi Giorgia Meloni e Ignazio La Russa rientrano: in Lazio il partito è al 2,59, oltre la soglia. La stessa situazione, nel centrosinistra, per il Centro Democratico, in termini numerici l’ago della bilancia con lo 0,49% (oltre 167 mila voti, più del divario con il centrodestra): beneficiano degli ultimi sei seggi Bruno Tabacci e Massimo Donadi.

Rimangono fuori, invece, La Destra, il Mir di Gianpiero Samorì e Gianfranco Miccichè del Grande Sud (che però trova l’exploit al Senato di Gianni Bilardi, eletto in Calabria). Fuori dai giochi anche Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, che presentandosi da sola doveva alla Camera doveva raggiunge il 4% ma si è fermata al 2,24%: esclusi, quindi, oltre allo stesso Ingroia, Antonio Di Pietro, l’ex grillino Giovanni Favia e Ilaria Cucchi. Non entra in Parlamento nemmeno la Lista amnistia, giustizia e libertà: restano fuori Giacinto Pannella ed Emma Bonino.

Al Senato, si salva nell’Udc Pierferdinando Casini, capolista in ben 5 regioni con Scelta Civica: il gruppo montiano infatti raccoglie 18 seggi. In ben 5 regioni il raggruppamento che fa capo al presidente del Consiglio uscente non supera lo sbarramento dell’8%: in Lazio, in Abruzzo, in Calabria, in Sicilia e in Sardegna, dove il «trombato» eccellente è il giornalista Mario Sechi. Si salva anche Giulio Tremonti, capolista quasi ovunque con la Lega (che passa solo in Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto). Sel entra in Senato soltanto in due regioni superando il 3% necessario ai partiti facenti parte di coalizioni, Puglia in casa di Vendola e in Basilicata, ma fa parte della coalizione vincitrice solo nella seconda di queste regioni.

Fuori da entrambe le Camere, dopo il clamoroso autogol di Oscar Giannino, i candidati di Fare per fermare il Declino. In cinque giorni le liste del nuovo presidente Silvia Enrico hanno perso ogni possibilità. Fare, al Senato, si è fermato allo 0,9% e all’1,12 alla Camera.

La candidata del Pd Anna Paola Concia non entra in Senato: la coalizione di centrosinistra riesce a far eleggere soltanto Stefania Pezzopane. Concia, su Twitter, si è sfogata: «Entra Razzi non io… Mi dispiace per gli abruzzesi», e «Gli abruzzesi hanno preferito Razzi a me… Questa è la democrazia e la volontà del popolo», riferendosi ad Antonio Razzi, quarto in lista per il Pdl.

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