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La memoria del terremoto

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Si è svolto ieri il seminario dal titolo “La Memoria Del Terremoto”, presso l’aula magna del Dipartimento di Scienze Umane in Viale Nizza: un dotto iter letterario, composto di interventi fatti da eminenti studiosi, che ha portato alla luce i vari significati che possono rintracciarsi nella parola ormai diffusissima di “terremoto”. Un’intera giornata dedicata ai risvolti umani, sociali e politici di ciò che accade nel periodo post – terremoto.

Come prologo del tutto, è stato proiettato un dvd toccante e realistico, viva testimonianza del tragico terremoto che colpì nel 1908 la città di Messina, realizzato da Alberto Prestininzi, Professore di Rischi Geologici presso l’Università La Sapienza di Roma e membro del CERI, Centro di Ricerca Previsione, Prevenzione e Controllo dei Rischi Geologici,con la collaborazione di Teodoro Mercuri. Il breve film documentario ha mostrato come la città di Messina non fosse immune da eventi naturali che periodicamente si abbatterono su di essa. Ripercorrendo la storia della città, si è voluto evidenziare come il 1908 sia una data storica, data di cesura col passato, come il terremoto cambi tutto.

«All’alba del 28 dicembre di quel tragico anno, il sonno della morte è giunto senza soluzione di continuità per gli abitanti di Messina e Reggio, recita il film, per colpa di un evento tremendo che da quel momento in poi dividerà l’Italia continentale dalla Sicilia». Il documentario ha portato alla luce anche l’aspetto più prettamente geologico e fisico del terremoto: l’arco calabro – perolatino, che diparte dal confine settentrionale della Calabria ed arriva sino alla Sicilia, è stato interpretato dai geologi come un frammento delle Alpi; anche la stesa Sardegna, ad esempio, ne è un pezzo; il terremoto accaduto nel 1908 è testimonianza del fatto che la Calabria si muove in senso antiorario, e questo processo provoca attività sismica. Il terremoto di Messina è noto anche perchè fu il primo evento naturale di quella portata ad aver avuto un resoconto visivo: foto, articoli, filmati; per la prima volta ci si rese conto visivamente della drammaticità del terremoto.

Ancora oggi, inoltre, il mondo s’interroga su quante furono effettivamente le vittime del terremoto del 1908: si sa, con estrema certezza, che i sopravvissuti furono 3197, le vittime, secondo una stima dubbia, 80.000. La città di Messina verrà poi ricostruita in pieno periodo fascista, Mussolini, infatti, visitò la città e decise di stanziare per la sua ricostruzione una cifra pari a 550 Milioni di lire; la stazione ad esempio viene ricostruita in un solo anno e mezzo. Al termine della proiezione del filmato, lo studioso Prestininzi ha additato le due uniche soluzioni in grado di tener testa ad un probabile terremoto: prevenzione e costruzione di edifici in grado di resistere all’oscillazione. «La sicurezza è nettamente migliorata dopo il 1908, ma molta strada c’è da fare, come dare ad esempio più importanza all’ambiente, educarsi a comportamenti virtuosi, attuare quindi una vera e propria “rivoluzione culturale”.

«Oggigiorno – ha commentato Prestininzi – si è radicata in noi l’illusione che il controllo degli eventi, come terremoti o frane, possa eliminare i rischi; ma il rischio non si può annullare, si può solo mitigare. Si comincia di fatti, nella nostra epoca, a parlare di rischio accettabile, e ciò che è accaduto all’Aquila, dal mio punto di vista, non è accettabile. Il terremoto dell’Aquila è stato di bassa/media intensità, in termini energetici 35.000 volte più basso del terremoto del Giappone. Il nostro potere risiede nella capacità previsionale di mettere in atto una serie di meccanismi per mitigare il rischio. Ciò che provoca realmente il danno è il crollo di una casa e non l’evento sismico in sé. In primo luogo è proprio la politica che deve assumere delle precauzioni capaci di far fronte a questi danni. Bisogna, ad esempio, attuare un’azione preventiva, migliorando il patrimonio edile, incominciando, anno per anno, ad apportare delle migliorie alla città. Certamente è politicamente più vantaggioso investire nel post – terremoto, intervenire quindi nell’emergenza piena, ma se non si muta questo atteggiamento non ne usciremo fuori mai».

Michele Maccherini, docente di Storia dell’Arte presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Aquila, è intervenuto asserendo come anche l’arte sia in grado di risentire di un tragico terremoto. Il suo intervento è stato incentrato su come l’Aquila, dopo i vari eventi sismici che l’hanno colpita, sia ripartita più volte, costruendo sempre una nuova immagine di sé. Il primo terremoto, quello del 1305 ha distrutto una città dall’aspetto prettamente fiorentino, mentre il terremoto accaduto nel 1461 ha trovato una città aquilana completamente rinascimentale, napoletana quasi, fino ad approdare all’anno 1703, quando una L’Aquila in veste romana sconquassata dal terremoto, è stata ricostruita e così è durata sino al terremoto del 2009.

«Inoltre – ha continuato il professore – nel periodo post terremoto, una grande quantità di pubblicistica ha visto la luce, come i totali 400 titoli di materiale cartaceo che sono stati pubblicati dal 2009 ad oggi. Testi fra i più vari, come libri di testimonianza, libri d denuncia, un vastissimo numero di libri fotografici, e questa tendenza non è originaria del nostro momento storico ma, ad esempio anche nel 1652, a seguito di un terremoto, usscì il “Trattato Universale di tutti li terremoti, occorsi e noti nel mondo con li casi infausti, ed’infelici pressagiti da tali terremoti, que si fà mentione de prencipi, e monarchi, che regnorono in quei tempi, accennandosi le loro qualità, ed’altre cose memorabile, e curiose …” di Filippo De Secinara».

Non è immune da questa tendenza anche la volontà di fare mostre d’arte con le opere rimaste senza tetto dopo un evento sismico. Si ricorda la recente mostra intitolata “L’Aquila bella mai non po’ perir” (Beautiful L’Aquila Must Never Die). «Il valore di queste mostre è la testimonianza – spiega il docente – e per quanto riguarda l’Aquila, la star artistica indiscussa delle sue mostre è stato senza dubbio il trittico di Baffi».

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