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Elezioni. Chiude lo spettacolo, adesso votate!

di Tiziana Pasetti

Che la campagna elettorale, con tutti i suoi metadiscorsi, più che a stimolare serva ad intorpidire le facoltà critiche, lo ha già detto Edelman quasi 50 anni fa (The symblic uses of politics, 1964). Di solito, però, ha dalla sua parte il fattore tempo per poter truccare in maniera mirabile il suo volto inespressivo e scialbo.

Questa volta le cose sono andate in maniera diversa. Fretta, poco più di due mesi. Insalata di avanzi avariati, governo tecnico poco sgocciolato, primarie senza primizie naturali. Io sto con te, tu non stai con me e allora io pure me ne vado e seguo l’altro perché in fondo l’ho sempre ammirato: il mio stare inizialmente altrove era strategia. Viaggi elettor(e)ali di uomini e donne coraggiosi e pieni di belle e buone intenzioni (poco chiare, però) per rimettere in piedi lo zoppo Stivale.

La sinistra è partita convinta di vincere. Che non si parla più di politica, di progetti reali, di programmi pianificati e studiati. Vincere. Parole, pallottole contro il nemico, inganni, castelli di carte taroccate. Il giro di boa non è arrivato a metà del cammino ma negli studi del servizio pubblico di Michele Santoro.

Silvio Berlusconi è risorto quel giorno. Non tanto per meriti suoi quanto per i demeriti di chi ha superato il limite del buon gusto e, in fondo, del buon governo.

Si governano i Paesi, le cose, i pensieri, le maniere. Arte difficilissima, per pochi, verrebbe da dire. Per pochi [i]eletti[/i], intendo.

Ogni incontro/scontro tra candidati è stata un’offesa all’intelligenza dell’elettorato (che però poco fa per ribellarsi e reagire alla fiction di bassa lega). Parola magica, che tutti vogliono sentirsi dire, ‘tasse‘. Vuoi andare a Roma? Ok. Ripeti con me: “Eliminerò le tasse; le tasse, queste sconosciute; le tasse te le restituisco in casse; le tasse sono un di più di cui possiamo fare a meno; le tue tasse te le pago io”. Come si fa, poi? Non importa. Le promesse sono fatte per incantare, non per essere mantenute.

A dare una mano al rinvigorimento della forza mediatica del mezzo televisivo, Facebook e Twitter, amplificatori di ogni messaggio image oriented. Lo [i]schema-governing[/i] ha lasciato il posto allo [i]schema-game[/i]. Non andremo a votare tentativi ponderati di rianimazione ma performance televisive e di street theatre.

Accademici e studiosi dell’arte politica avranno tanto, chiusa questa campagna, su cui lavorare. La nuova arma (a doppio taglio) dei social network ha fatto saltare tutte le regole della comunicazione pubblica politica finora conosciute. Par condicio ormai obsoleta. Occorrerà lavorare tanto anche sull’elettorato. La piazza dei social, con tutte quelle voci libere, ha dimostrato quanto sia superficiale il grado di conoscenza dei temi dell’agenda politica. La lettura e la decodifica dei messaggi non bypassano lo strato iniziale. La condivisione è prettamente aggressiva, mai di confronto. Lo schermo nasconde balbettii, pause di ignoranza, guance in fiamme: questo contribuisce a fortificare le reazioni, l’utente si sente forte e coraggioso, in prima linea, un Grillo saltellante anche se perennemente seduto.

Venendo alle cose serie, pragmatiche. Non si può votare condividendo una foto ritoccata con frase ad effetto o ritwittando, questo è bene ricordarlo. E, a differenza di quanto fatto per il festivàl della musica italiana, non sarà possibile votare i nostri beniamini via fono e neanche via tam tam. Occorrerà muovere qualche passo e recarsi al seggio elettorale (no, una app scaricabile non è stata prevista). Con una bella matita copiativa (chi non fosse più abituato ad utilizzarla faccia delle prove, all’inizio non è semplice, ma c’è ancora qualche ora per riprendere la mano) potremo apporre la nostra preferenza con una croce e un nome. Quanto costa al minuto? Per ora, ancora nulla. Per ora.

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