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Discriminazioni, consigliere Parità parte offesa d’ufficio

La consigliera di Parità della Provincia di Teramo entra d’ufficio, quale parte offesa, nei processi che implicano forme di discriminazione di genere non solo in sede civile ma anche in sede penale. Si tratta di un provvedimento destinato a fare giurisprudenza.

A firmarlo, ieri mattina, è stato il procuratore capo del Tribunale di Teramo, Gabriele Ferretti, che lo ha consegnato ad Anna Pompili, la consigliera di Parità che in questi mesi ha lavorato a questo risultato in collaborazione con gli uffici e le strutture del palazzo di giustizia.

Il decreto legislativo 198/06 attribuisce già alle consigliere di Pari opportunità la legittimazione processuale ad agire in giudizio davanti al giudice del lavoro o al tribunale amministrativo, mentre manca una analoga disposizione normativa per i procedimenti penali. «Ma non vi è alcun dubbio che i consiglieri e le consigliere di parità – argomenta il procuratore Ferretti nella sua direttiva – agiscono per la tutela di un interesse collettivo a prescindere dalla ‘sede’ ove questo vada tutelato: sia essa civilistica o penalistica». Ferretti, quindi, ha disposto che nelle richieste di rinvio a giudizio per «fatti delittuosi» che hanno avuto carattere discriminatorio, l’ufficio della Consigliera di parità venga indicata come persona offesa in quanto «soggetto danneggiato dal reato».

«Un segnale forte per le vittime di discriminazione del quale siamo molto grati al procuratore Ferretti e a tutti i suoi collaboratori – ha dichiarato Anna Pompili – La maggior parte dei casi di discriminazione rimane confinata nell’ambito del lavoro e sono tanti e tante quelli che non denunciano per il timore di perdere il posto, di perdere il reddito necessario a mantenere la propria famiglia. La direttiva, rafforzando il ruolo che può svolgere l’ufficio di Parità attribuendogli la possibilità dell’azione risarcitoria, conferisce una altra forma di tutela a fianco delle donne e di chiunque subisca discriminazioni di genere».

Tornando alle motivazioni giuridiche sulle quali fonda la direttiva, il procuratore capo scrive: «Deve riconoscersi alle consigliere e ai consiglieri di parità […]il diritto a costituirsi parte civile in procedimento penale sorto a seguito della commissione di un atto discriminatorio integrante fattispecie di reato[…]che tanto si evince sia dalle attribuzioni assegnate dal decreto legislativo[…]sia, ancora, dal riconoscimento agli stessi del diritto ad ottenere, in sede civile e amministrativa, un risarcimento del danno anche non patrimoniale sicchè è proprio tale esplicito riconoscimento del diritto ad ottenere iure proprio un risarcimento del danno non patrimoniale a legittimare l’esercizio all’azione civile in sede penale».

La Pompili, quindi, sottolinea che «le eventuali somme risarcitorie saranno utilizzate in azioni concrete e in particolare per diffondere la cultura della non violenza. L’ottenimento di un risarcimento consentirà un maggiore attivismo da parte dell’ufficio e in definitiva una maggiore attenzione alle problematiche della discriminazione di genere».

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