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Sport

Malagò presidente Coni: non moriremo con i dinosauri

Forse, non è vero che in questo Paese non cambi mai nulla, che vana sia la speranza di spazzare via un sistema immobile e immobilista anche nello sport. La clamorosa elezione di Giovanni Malagò a quindicesimo presidente del Coni, è lì a dimostrarlo: non moriremo con i dinosauri che in questi anni hanno occupato le stanze del potere, incollandosi alla poltrona, facendo finta che tutto cambiasse perchè tutto rimanesse come prima, evitando accuratamente di fare le riforme indispensabili per lo sport italiano.

D’altra parte, se mai ce ne fosse stato bisogno per capire l’aria che tirava, era risultata decisamente illuminante la gaffe di Franco Carraro, 73 anni, primo incarico ricoperto in ambito Coni: presidente della Federazione Sci Nautico nel ’62, quando il Pontefice era Giovanni XXIII, John Kennedy era il presidente delgli Usa e Nikita Krusciov capo supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Introducendo le operazioni di voto, Carraro aveva affermato: “Sulla scheda troverete i nomi di Petrucci e Malagò”. Con tanti saluti a Pagnozzi.

Cinquantatré anni, dirigente sportivo e manager dalle idee chiare, Malagò conosce il gusto della sfida: ha raccolto quella di Petrucci, pardon Pagnozzi, candidato di Petrucci e ha ribaltato ogni pronostico: 40 voti a favore, 35 contrari.

La legge sugli stadi, la lotta al doping che deve essere sempre più dura e sempre più intransigente, la riforma della giustizia sportiva a cominciare dalla responsabilità oggettiva e dall’abolizione del terzo grado di giudizio, giustamente definito “uno scontificio” dal neocapo dello sport italiano; la rifondazione dell’organizzazione calcistica che in questi anni ha conosciuto scandali, ritardi, inefficienze spaventosi.

Un grande lavoro attende Malagò che, certo, non si spaventa conoscendo perfettamente ciò che l’attende. Il sogno di Roma Olimpica nel 2024 o nel 2028 è un bel sogno: ma prima viene la realtà.

Il nuovo presidente del Coni ha un’occasione unica davanti a sé: se mette in riga il calcio, anzi, lo ribalta, altro che paragonare la sua elezione alla vittoria dell’Uruguay in Brasile nel mondiale firmato Ghiggia. Non vediamo l’ora.

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