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Avvocato minacciato: ‘Non ho paura, vado avanti’

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di Marianna Gianforte

«Non mi fermo, perché non ho paura». “L’avvocata” aquilana delle donne minacciata con un biglietto anonimo non si lascia intimidire, anzi ingrana la marcia e corre più veloce di prima. Simona Giannangeli – parte civile nel processo per lo stupro di una studentessa avvenuto un anno fa nel piazzale della discoteca Guernica di Pizzoli, che si è chiuso giovedì scorso con la condanna a 8 anni dell’ex militare Francesco Tuccia – conosciuta per la sua attività in difesa delle donne vittime di violenze e stalking, ha “toccato” qualche nervo scoperto che ha spinto qualcuno a minacciarla.

“Ti passerà la voglia di difendere le donne. Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento la città non è più sicura per te e per le donne che difendi”. Tre righe in tutto su un biglietto bianco piegato attentamente e incastrato nel tergicristallo del parabrezza dell’auto. Simona se l’è trovato lì venerdì sera, all’uscita dallo studio dove lavora, proprio sotto casa sua.

Un gesto inatteso, ma che non l’ha scoraggiata nella sua attività in difesa delle donne vittime di soprusi e violenze (Simona è anche amministratore legale del Centro Antiviolenza femminile della Biblioteca delle Donne “Meleusine” dell’Aquila). E non ha condizionato la sua vita quotidiana, come racconta in questa intervista per [i]Il Capoluogo[/i].

Avvocato, se l’aspettava un gesto del genere? «Non me l’aspettavo. Quella sera ero talmente stanca all’uscita da lavoro che dopo averlo letto non ci ho più pensato. In realtà lo avevo confuso per un depliant pubblicitario, e lo stavo per buttare. Invece l’ho aperto, e le tre righe erano farcite di una serie di insulti, i soliti che si rivolgono alle donne quando le si vuole offendere pesantemente».

E invece? «Invece dentro c’era questo messaggio. Ieri l’ho portato alla questura dell’Aquila, che aprirà un’indagine per risalire all’autore».

Come si sente, ha paura? «Non ho timore. Sono però arrabbiata, e tanto. Sono gesti che non tollero per le altre, figuriamoci per me. Bisogna reagire a questi atti di violenza. Le tre righe contenevano minacce esplicite alla mia attività di avvocato delle donne. La violenza si replica dentro dinamiche ben chiare. Ho sentito il diritto/dovere di denunciare e rendere pubblico questo episodio, in nome della lotta e del contrasto alla violenza di genere che si va a perpetuare dove le donne sono viste come persone da controllare e possedere. Non ho mai avuto la presunzione che a me non potesse accadere quello che è successo ad altre donne. Tutte le donne hanno vissuto nella loro vita una piccola o grande violenza da parte di un uomo, fisica o psicologica. Questa è stata la mia volta».

Cosa sta succedendo in questa città? «Non credo che sia una città diversa dalle altre o che il terremoto abbia cambiato qualcosa, se è questo che intende dire. Credo che non possa bastare un sisma a cambiare la natura delle persone e dei luoghi. Non ci sono alibi per questo gesto e per le altre violenze che avvengono verso le donne. Credo che L’Aquila sia oggi uno dei tanti territori in cui si consumano violenze sulle donne. Violenze delle quali si parla più di prima. Non sono aumentati i casi di violenze o gli atti di prevaricazione, semplicemente se ne parla di più, le donne denunciano ed esiste una rete di persone e istituzioni che le difendono. Le violenze sulle donne non sono un’emergenza».

Sono la normalità? «Purtroppo sì. I numeri reali dicono di una violenza costante. Un’abitudine, frutto di una cultura antifemminista, che stabilisce relazioni impari tra i generi, dove il potere maschile si riverbera sul corpo e la psicologia delle donne per fermarne l’emancipazione».

Si è fatta un’idea di chi possa essere l’autore del biglietto di minacce? «No. Mi sono fatta tante domande. Adesso ho voglia di guardare in faccia quest’uomo che si è sentito così libero di arrivare fin dove abito e lavoro a mettere quel biglietto. Ho provato a chiedermi chi potesse essere stato, ma non ho alcun elemento per pensare che si tratti di qualcuno coinvolto nel processo Tuccia, o qualcuno legato a donne che sto assistendo. Tante cose intorno a me mi fanno pensare, ma non azzardo ipotesi».

Molti politici e rappresentanti pubblici le hanno espresso solidarietà. E le “sue” donne? «Mi sono arrivate tante telefonate. Ma il calore più forte è arrivato dalle donne che lavorano con me al Centro antiviolenza e quelle che sto seguendo. Sono state soprattutto le loro parole che mi hanno restituito il senso complessivo di tutto quello che sto facendo. E adesso sono ancora più convinta di prima che sto andando nella giusta direzione».

La sua vita scorre normale? «Certo. Ogni giorno al tribunale, in difesa delle donne»

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