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Nove martiri, una strage che si poteva evitare

di Daniela Citerni*

Qualche giorno fa mi trovavo in centro, mentre passavo in piazza Nove Martiri mi è apparsa davanti agli occhi la lapide posta a ricordo del loro sacrificio ornata con una corona di alloro, segno di recente commemorazione.

In quel momento mi sono venute in mente le parole di mio Padre, morto qualche anno fa, che aveva vissuto personalmente questa fosca pagina di storia della nostra città.

L’armistizio dell’8 settembre 1943, con i tragici avvenimenti che lo avevano seguito, aveva portato scompiglio e sbando in tutta Italia, non aveva risparmiato la nostra città tranquilla ed ordinata, che in quei giorni era in fermento per l’arrivo delle truppe tedesche odiate e temute.

Disordine, paura e soprattutto un cambio repentino del modo di vivere, avevano turbato la vita e le abitudini degli aquilani che non tolleravano gli invasori. Fu in questo clima che un gruppo di giovani, non ancora ventenni provenienti sia dalla scuola che dal mondo del lavoro, decise un‘azione di rappresaglia, rifiutando di rispondere alla richiesta dei tedeschi di presentarsi presso la Caserma per lavorare.

Il gruppo dei ragazzi, guidati dall’amor di patria e dall’entusiasmo dovuto all’età, decise di salire in montagna nella zona che porta da San Sisto a Collebrincioni.

Armati con poche munizioni, fornite dal padre di uno di loro, ufficiale dell’esercito, erano circa una ventina, allegri e ben affiatati. Tutto doveva svolgersi perfettamente. Forse qualche parola di troppo da parte di qualcuno, o l’Ovra – ancora imperante, che continuava a controllare in silenzio la vita in casa e al lavoro dei cittadini, ed anche i loro pensieri – o persone vili e prive di scrupoli, fecero sì che alle prime luci dell’alba del 23 settembre, le truppe tedesche raggiungessero Collebrincioni e catturassero senza il minimo scrupolo una parte dei ragazzi. Alcuni erano riusciti a fuggire.

A questo punto mi riallaccio al racconto di mio padre, che ricordava quella mattina ancora quasi estiva, quando i tedeschi che piantonavano il laboratorio d’igiene del quale era direttore parlavano sottovoce tra di loro come se fosse accaduto o dovesse accadere qualcosa di grave. Poiché conosceva discretamente la lingua tedesca, capì che non tutto andava per il giusto verso.

Nei giorni successivi non ci furono notizie di questi ragazzi né dei gruppi partigiani che avevano preso dimora nelle montagne vicine alla città, circolavano voci di vario genere, era però difficile avere informazioni, vista la poca libertà di esprimersi e la pesante presenza dei tedeschi dovunque.

Mio padre ha sempre sostenuto che circolavano varie voci sulla sorte di questi giovani: chi li sapeva nell’entroterra teramano, chi sulla costa laziale nei pressi di Roma. La verità era un’altra i poveretti si trovavano a pochi passi: fucilati senza nessuno scrupolo presso le Casermette (oggi Caserma Pasquali), giacevano nel terreno dietro di essa in due fosse comuni.

Ha sempre tra l’altro affermato che, da parte sua, non era ottimista: diffidava dei tedeschi, dei repubblichini e soprattutto delle molte “talpe” che allora abbondavano in città.

Chi sapeva non poteva parlare, e le voci correvano continuamente. Gruppi di persone, intanto, si recavano a pregare nelle chiese cittadine e da parte dell’allora arcivescovo monsignor Confalonieri fu organizzata una marcia di preghiera al santuario di Roio, alla quale partecipò un grande folla, tra la quale i miei genitori.

I mesi passarono e il mese di giugno 1944, con la liberazione della città si presentò la realtà in tutta la sua crudezza: i ragazzi, fucilati, erano sepolti presso le Casermette. Sono ancora visibili i segni dei proiettili nel muro antistante.

A questo punto non posso non ricordare la frase di mio padre: si poteva fare qualcosa per evitare la strage, ma non è stato fatto, a suo giudizio, infatti, non c’era stato un intervento forte da chi ne aveva la possibilità – alti prelati e ufficiali della Milizia – visto che era riuscito a salvarsi soltanto un giovane, in quanto figlio della domestica che era alle dipendenze proprio di un generale della Milizia (da Lui non stimato). E l’altra frase: ‘o tutti o nessuno’.

La sua condanna nei confronti di tali comportamenti era grandissima e rafforzava l’odio che aveva nei confronti dei tedeschi.

Ricordava il solenne funerale, con tanti bambini vestiti di bianco, miriadi di persone di ogni età e ceto sociale; il risuonare delle note del Coro del Nabucco, suonato dalla banda militare, e quelle povere mamme, distrutte dal dolore che non avrebbero mai più rivisto i loro ragazzi.

La strage poteva e doveva essere evitata, come aveva sempre sostenuto. Anzi, ricordando la cerimonia di inaugurazione del monumento loro dedicato, alla quale aveva partecipato in veste di consigliere comunale, eretto presso il cimitero, sottolineava il termine ‘giovinetti’, condannando chi li aveva mandati a morire, senza far nulla.

Non posso fare a meno di riflettere su quelle parole, tanto più che ho avuto l’occasione di conoscere personalmente Maria Pia, sorella di Bruno d’Inzilllo, che ricordava con terrore l’incubo di quei giorni. Dal canto mio, pur essendo nata quando la guerra era finita da tempo, non posso non condannare quei potenti, che non sono stati tali nei confronti di quei giovani poco più che fanciulli, repentinamente strappati dai fucili nemici alla loro giovinezza.

*lettrice

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