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I tre magi in viaggio sulle creste del Gran Sasso

di Vincenzo Battista

“[i]In quello dì di Natale[/i] – come dice Crisostomo – [i]adorando i Magi sopra un monte, una stella apparve appresso a loro, la quale aveva forma di bellissimo garzone, e nel suo capo risplendeva la croce, la quale parlando ai Magi, si disse loro:’Andate in Giudea, et vi adorate il garzone nato…'” [/i]

E’ Jacopo da Varazze, frate domenicano di Varagine (provincia di Savona), che scrive, in chiave mitica, a volte leggendaria, nel suo romanzo divenuto un [i]best seller[/i] medievale : “La Legenda Aurea” o “Legenda Sanctorum” (1255 -1266), raccolta di storie e interpretazioni ardite, dense di riferimenti colti, austeri, ma anche di annotazioni colorite, per quel tempo, rivolte essenzialmente al popolo, ironiche, a volte sorridenti, di grande successo, tanto che oltre alla traduzione in volgare il testo fu uno dei più letti e consultati fino al XVIII secolo.

{{*ExtraImg_85499_ArtImgRight_300x400_}}L’influenza che ebbe fu enorme: dalle arti visive alla letteratura, al teatro, fino alle storie popolari che furono portate nei borghi con le leggende della tradizione orale, le fiabe, allora, unico strumento di trasmissione del conosciuto della comunità locale che ancora riecheggia, incontaminato, nella magia dei nostri luoghi, in particolare in questo periodo, nell’evento della storia delle storie, quella di Natale.

I tre magi sono in viaggio sulle creste delle montagne del Gran Sasso, narra la leggenda locale, guidati dalla stella che indica loro il cammino. Il primo atto o il primo contatto se si vuole, toccò alle tre sorelle che si guardavano dai monti del versante meridionale e occidentale dello stesso Gran Sasso fino a scendere nella conca aquilana: la Madonna delle Grazie di Castel del Monte, la Madonna della Rocca di Rocca Calascio e la Madonna di Roio, che, improvvisamente, si animarono dalle sculture in legno dipinte, si mossero e iniziarono il cammino con tutti i gioielli e preziosi d’oro offerti dai fedeli, gli [i]ex voto[/i] per grazia ricevuta, per portarli a Gesù Bambino.

{{*ExtraImg_85500_ArtImgLeft_300x400_}}Poi fu la volta di tante altre Madonne dei borghi dell’Aquilano: la Madonna della Strada, quella dei Sette Dolori, della Salute, della Pietà, del Suffragio, persino quella della Libera nella lontana conca peligna; e poi la Madonna del Soccorso, dei Tre Garofani, del Cardellino, della Seggiola, e tante, tante altre che scivolarono anche dalle pale dipinte poste sopra gli altari e addirittura si staccarono dagli affreschi, dai muri delle chiese altomedievali per rendere omaggio a Maria nella “Notte Santa”.

Ma anche una Madonna sconosciuta si mise in viaggio. Viveva in un’edicola sacra in muratura, in una cona di montagna, un luogo impervio lungo un sentiero, irraggiungibile se non da qualche pastore o boscaiolo. Aveva vissuto a lungo dentro la nicchia ricevendo solo menta di montagna, timo, genziana, rose delle rocce, finocchio selvatico e qualche fiore primaverile, come lo zafferano di montagna e poi le fragole e i frutti di bosco. Insieme alle altre arrivò infine davanti alla Sacra Famiglia.

{{*ExtraImg_85501_ArtImgRight_300x400_}}Se ne stava in disparte, dietro a tutte, forse perché aveva il legno tarlato, il colore del suo manto sdrucito e rovinato dalla neve e dalle bufere; forse perché lo stesso manto mostrava oramai il legno stinto e tutto quello che rivelava era solo povertà e rovina, ma soprattutto la Madonna della Cona era imbarazzata da tanta ricchezza offerta e sparsa al suolo su un ricco tappeto e dalle splendide fogge dei vestiti delle Madonne che le erano vicine.

Maria la scorse dal fondo, la chiamò e le chiese come si chiamava: “Madonna della Neve” rispose la giovane che reggeva un grembiule lacero e gonfio: ma questo si aprì, improvvisamente, liberando una miriade di fiocchi di neve trasformati in bianche corolle, mentre un intenso profumo di erbe aromatiche si alzò, un miracolo dell’olfatto, come non si era mai sentito, che avvolse la stalla con grande meraviglia di tutte le altre Madonne.

{{*ExtraImg_85502_ArtImgLeft_300x400_}}Ancora oggi alle pendici del Gran Sasso intorno a quell’edicola sacra in pietra lontana e sconosciuta, si racconta, che i cespugli secchi, alla vigilia di Natale, le fioriscano ai piedi e per quella notte d’inverno la montagna tutta torna con le sue antiche ricchezze, gelosamente custodite e pressoché sconosciute, d’incanto a profumare, fino alla città dell’Aquila.

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[i]Antonio Di Stefano, artigiano- artista, è l’autore della collezione dei presepi. Nel suo laboratorio, a Cavalletto D’Ocre, ha un’esposizione di oltre 30 presepi realizzati con tronchi e radici di alberi insieme alle statuine della tradizione napoletana della celebre via di San Gregorio Armeno. Ha partecipato, nella provincia dell’Aquila, a rassegne e mostre espositive [/i]

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