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Il Pianeta Maldicenza punta sul dialetto

di Marianna Gianforte

Il Festival sul “Pianeta della maldicenza” – che si terrà dal 10 al 13 gennaio su iniziativa dell’“Associazione Confraternita dei ‘devoti’ di Sant’Agnese” e di un nutrito Comitato organizzatore – quest’anno avrà la sua giornata clou nel convegno “Il dialetto come presidio dell’identità civica”. Protagonisti saranno gli studenti del Liceo classico che si confronteranno, alle 10,15 del 12 gennaio nell’Aula magna del Liceo, con i principali studiosi del dialetto aquilano.

Tra loro ci saranno la presidente della Società Dante Alighieri-Comitato dell’Aquila, Flavia Stara, le professoresse Teresa Giammaria, Liliana Biondi dell’università dell’Aquila, e poi Mario Narducci, presidente dell’Istituto di Abruzzesistica e dialettologia, il poeta Elio Peretti, la professoressa Rita Salvatori dell’università di Teramo, il giornalista Angelo De Nicola, che è anche presidente dell’Associazione Confraternita dei “devoti” di Sant’Agnese.
A Rossana Crisi Villani , Tiziana Gioia e Andrea Tufo saranno affidate alcune letture.

Ci saranno anche il preside, Angelo Mancini, e il sindaco Massimo Cialente.

Dopo il sisma il dialetto è tornato a essere la lingua prediletta dei giovani aquilani, ma anche di scrittori, artisti e registi locali. Sono proliferati sketch, progetti editoriali, corti cinematografici in dialetto aquilano. Anche nella comunicazione quotidiana e sui social forum, Facebook in particolare, il vernacolo aquilano ha avuto una certa diffusione, mentre la comunità si è disgregata nelle cosiddette new town e non ha più luoghi di aggregazione.

«Dopo il sisma c’è stato un rilancio del dialetto nella comunità», ha commentato De Nicola. «Il convegno sarà un momento per fare il punto sul nostro dialetto. L’obiettivo è creare un presidio sul gergo aquilano, una sorta di osservatorio, con specialisti e studenti».

Il preside del Classico, Angelo Mancini, ha sottolineato che «la scuola è l’unico punto di riferimento per i giovani nel post-sisma, e bisogna fare del nostro meglio per non farli fuggire dalla città, come sta già succedendo». Mancini ha raccontato anche un aneddoto legato al suo passato d’insegnante. «Quando ho cominciato a insegnare, 30 anni fa, a Bergamo, trovai un ambiente in cui si parlava solo il dialetto locale, anche a scuola. Io non riuscivo a capirlo e continuavo a parlare in dialetto aquilano. Un giorno sulla macchina trovai la scritta: “Quatrà, mo te frego”», ha raccontato, «insomma, anche il mio dialetto aveva fatto breccia nei bergamaschi».

«Sono i giovani i depositari, oggi, del dialetto aquilano». Lo ha sottolineato la professoressa Stara: «I ragazzi ricorrono al vernacolo aquilano con rinnovato entusiasmo fin dal post-sisma. Vogliamo affrontare il perché, con l’analisi delle manifestazioni linguistiche e le dinamiche socio-psicologiche che stanno alla base di un maggiore interesse verso il dialetto. I ragazzi ne hanno fatto un uso più scanzonato, più allegro, scegliendo il gergo come lingua baluardo di un’identità civica, mentre la comunità si è disgregata».

L’auspicio è riuscire a realizzare un osservatorio: sono pochissimi gli aquilani che scrivono grammaticamente in modo giusto la lingua dialettale. «C’è necessità di creare un osservatorio permanente, servono strumenti tecnici. L’università dovrà dare contributi, ci sforzeremo di fornire una didattica», ha detto De Nicola. Intanto il 12 gennaio alle 10,15 si terrà il primo step del “presidio sul dialetto aquilano”.

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