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Udu, pro Ateneo residenziale

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Occorre un ateneo residenziale sia per i docenti che per gli studenti per garantire qualità e sviluppo del territorio.

È la richiesta dell’Udu, che in una nota ufficiale, mostra le percentuali di docenti che risiedono fuori sede, fenomeno diffuso, con le conseguenti richieste volte al miglioramento dell’organizzazione.

«Al Senato accademico di oggi – si legge – ben 197 sono state le richieste di autorizzazione a risiedere fuori sede da parte di professori e ricercatori, circa il 35% dell’intero corpo docente.

Ricordiamo che la legge 311/58 specifica chiaramente che ‘i professori hanno l’obbligo di risiedere stabilmente nella sede dell’università o istituto cui appartengono. In casi del tutto eccezionali, i professori possono, tuttavia, essere autorizzati dal Ministro per la pubblica istruzione, su proposta del rettore o direttore, udito il Senato Accademico, a risiedere in località prossima, ove ciò sia conciliabile col pieno e regolare adempimento dei loro doveri di ufficio’».

«A noi non sfugge affatto – prosegue la nota – che tra i richiedenti ci sono in realtà docenti, peraltro non più di una ventina, che risiedono in realtà in comuni limitrofi all’Aquila e anzi ci pare incredibile che non si sia ancora costruito un’interpretazione inerente il concetto di ‘sede’ ai fini delle autorizzazioni stesse, come peraltro altri Atenei hanno fatto negli anni, che permetta di distinguere tra i pochi docenti che sono ‘fuori sede’ solo formalmente, ma che in realtà sono residenti in comuni limitrofi (Scoppito, Pizzoli, Lucoli, San Demetrio, Poggio Picenze e simili) e i tantissimi che risiedono sostanzialmente fuori sede.

La gran parte di questi docenti peraltro reitera la domanda di autorizzazione da anni e anni, da ben prima del sisma, senza alcuna caratteristica di eccezionalità, e parecchi degli stessi dichiarano come luoghi di residenza comuni talmente distanti da non poter essere considerati in nessun modo ‘prossimi’ all’Aquila».

Il diffuso fenomeno per l’Udu non è soltanto formale, ma organizzativo.«Questo tema – si legge – per noi non è solo un tema ‘formale’, ma attiene anche alla qualità dell’organizzazione didattica e all’ottimizzazione dell’uso delle strutture.

In particolare l’enorme numero di docenti fuori sede e pendolari, provoca, come tutti gli studenti sanno, diffusi fenomeni di concentrazione delle lezioni, degli esami e una bassa ottimizzazione nell’uso delle sedi. E’ infatti frequente ritrovarsi con giorni in cui è impossibile trovare un’aula libera, tanto da far ritenere sempre insufficienti le sedi a disposizione, e giorni in cui invece le aule risultano ampiamente sottoutilizzate. Inoltre questa diffusione del fenomeno provoca evidenti difficoltà nelle attività di tutorato e di ricevimento verso gli studenti».

«C’è poi una valutazione strategica che riguarda l’Ateneo dell’Aquila – prosegue il comunicato – spesso ‘vittima’ di massicce, non sporadiche, aspirazioni dei docenti a trasferirsi in altre sedi, per lo più Roma.

Ovviamente queste aspirazioni sono legittime, ma è la grandezza del numero che rende le potenzialità delle strategie di sviluppo dell’Ateneo, di investimento nella qualità e il grado complessivo di attaccamento al futuro dell’Ateneo aquilano su livelli non ottimali.

La normativa che prevede l’ ‘eccezionalità’ della residenza fuori sede e, nei soli casi dell’eccezionalità, comunque la ‘prossimità’ della sede prescelta, è una normativa che è volta a tutelare proprio questi interessi, che sono gli interessi certamente degli studenti, ma complessivamente gli interessi anche di un Ateneo».

«E’ incredibile poi – prosegue l’Udu sull’analisi – che questo dato del 35% trova il suo picco tra il i professori ordinari.

Infatti, mentre i ricercatori e i professori associati fuori sede risultano essere circa il 30% del totale, tra i professori ordinari è il 47% dei docenti a chiedere il riconoscimento dell’eccezionalità e l’autorizzazione a risiedere fuori sede.

Come è evidente questo dato sui docenti ordinari è di tale portata da non poter rimanere ‘indifferente’, ed è talmente diffuso da coinvolgere la maggioranza dei docenti con incarichi nella ‘governance’ dell’Ateneo».

«Per questo motivo e per far ‘esplodere’ questa situazione – prosegue la mota – oggi in Senato Accademico i rappresentanti dell’Udu, sulla delibera di autorizzazione, hanno prima chiesto l’uscita di tutti gli interessati alla deliberazione e poi hanno abbandonato la seduta per dimostrare fisicamente che il fenomeno è così diffuso che neanche il numero legale del Senato Accademico poteva essere garantito.

Il Senato Accademico ha dovuto ‘spacchettare’ le proposte e far entrare e uscire separatamente i docenti interessati, per poter arrivare a votare la deliberazione sulle autorizzazioni a risiedere fuori sede, senza incappare nelle incompatibilità e nella mancanza di numero legale.

Una scenetta da film, sul filo del ‘io voto la tua, tu voti la mia’, che dovrebbe provocare un sussulto e il ripensamento della politica dell’Ateneo sulle autorizzazioni a risiedere fuori sede.

Noi chiediamo che siano distinti i casi di residenza di prossimità limitrofa, da autorizzare ovviamente senza alcun dubbio; i casi di reale eccezionalità, ma con dimostrazione di residenza o domicilio in luoghi di reale prossimità e che si fermi per sempre invece il lungo elenco di autorizzazioni per casi continuativi negli anni e senza alcun carattere di eccezionalità».

«Chiediamo di aprire una vera riflessione sulla natura dell’Ateneo – conclude l’Udu – che non può essere ‘di passaggio’ per nessuno e che, proprio mentre si discute di Università residenziale (Ocse L’Aquila 2030), e di sviluppo della Città fondato sulla crescita del legame con l’Università, si discuta anche della necessità di avere un’università Residenziale sia per i docenti, che per gli studenti. Un’università costruita il tal modo è veramente un’università che punta contestualmente sulla qualità e diventa vero motore di sviluppo del territorio».

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