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I cristalli di luce nella lunga Notte di Natale

di Vincenzo Battista

{{*ExtraImg_84785_ArtImgRight_300x400_}}All’inizio, pensarono, monte Ocre “portava” la bufera, sì, la montagna totem dei villaggi sottostanti, implorata e maledetta, invocata e dannata, portava la neve dalla vetta del gruppo montuoso, imponente e sovrastante, dal filo di cresta virtuoso, sinuoso attraversata dai suoi camminatori, formata da pascoli e boschi: una sorta di dispensa, credenza contadina, da cui prendere il necessario per far vivere le famiglie dei villaggi, posti in quel gradino carsico appunto, che spiana, e si affaccia, uno zoccolo tettonico sopra la conca aquilana.

{{*ExtraImg_84786_ArtImgLeft_300x400_}}Ma la neve continuava a cadere da monte Ocre, le voci dentro i borghi sempre più ovattate, attenuate, sempre di più, echi oramai smorzati dalla coltre bianca e candida come non si era mai vista dentro i vicoli, le strade, le piazzette di San Panfilo e San Felice d’Ocre. Oramai c’era solo rassegnazione, l’accettazione di un segno della montagna, diranno più tardi gli anziani, un evento, nei giorni che precedevano il Natale.

Smise di nevicare, la gente si affacciò, ma solo dalle finestre dei piani rialzati, poiché la neve aveva seppellito il paesaggio urbano fino ai primi piani e anche la speranza, di tutti i paesani, di riunirsi nella chiesa parrocchiale nella notte di Natale. La Madonna, narra la leggenda, ascoltò la bufera, si mise in cammino, scivolò sui monti, entrò nella valle fino a raggiungere i due paesi. Dal suo manto bianco, preso da monte Ocre, e azzurro scuro formato dalle stelle che sovrastano quella montagna sacra, fece cadere tanti piccoli cristalli di luce, un pulviscolo che iniziò ad illuminare prima e a colorare poi le mura delle case di San Panfilo e San Felice, nient’altro che vecchi intonaci cadenti delle vie medievali, che si trasformarono in immagini religiose, gruppi statuari e splendide figure che presero forma, si animarono, fino a muoversi con gesti e pose dentro le nicchie dei due borghi, dai luccicanti volti raggianti e dalle straordinarie vesti sfarzose con ricchi broccati.

{{*ExtraImg_84787_ArtImgRight_300x400_}}Per tutta la notte raccontarono, quelle icone, il Natale alle persone incredule, piccole e grandi, affacciate sui balconi o alle finestre, narra la fiaba, fin oltre la mezzanotte, fino all’alba, fino all’incantesimo religioso appunto, in uno spettacolo di luci e colori, fino al nuovo giorno rivelatore dell’umanità. Le edicole sacre, dipinte e istoriate, diranno più tardi gli anziani, quei bagliori nell’incanto della notte di Natale mutarono e divennero piccole nicchie della profezia, della devozione, della santità e pitture consolatrici, ancora oggi visibili lungo le vie che segnano i due borghi.

{{*ExtraImg_84790_ArtImgLeft_300x400_}}Una tradizione di tutela, quella delle edicole sacre, nel perimetro certo e sicuro dell’abitato e nelle campagne limitrofe, contro i pericoli esterni, a protezione dell’economia agricola e artigianale, ma anche scudo, copertura spirituale per i passanti, per ingraziarsi la divinità. Le edicole erano elevate anche con la funzione di ex voto, per grazia ricevuta: terremoti, guerre, epidemie, siccità e carestie, ma anche per la soprannaturalità degli eventi ancestrali riconducibili all’incubo della strega, la metamorfosi delle jane predatrici, che proprio la vigilia di Natale scendevano in campo, fameliche, per “prendere” i bambini, davano “battaglia”, narrano i racconti leggendari, sullo sfondo di una società contadina secolarizzata, chiusa dentro i tanti miti arcani, le poche certezze, immutate, nell’epica area aquilana, dispensa dei miti.

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[i]Antonio Di Stefano, artigiano-artista, è l’autore della collezione dei presepi. Nel suo laboratorio, a Cavalletto D’Ocre, ha un’esposizione di oltre 30 presepi realizzati con tronchi e radici di alberi insieme alle statuine della tradizione napoletana della celebre via di San Gregorio Armeno. Ha partecipato, nella provincia dell’Aquila, a mostre e rassegne espositive.[/i]

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