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Ripensare lo spazio urbano aquilano

A l’Aquila, vecchia città europea, strato dopo strato, recupero dopo catastrofe, si è accumulata una storia ultracentenaria che si è materializzata nella forma del suo centro storico. Se, nel giro di meno di un secolo, è diventata così rapidamente brutta, ciò è dovuto alla crescita incontrollata della periferia, dove una qualità costruttiva rapida e sconclusionata ha cancellato la secolare passione per l’architettura.

La proliferazione delle infrastrutture, la dimensione abnorme degli insediamenti spesso segregati in aree prive di collegamenti e di servizi, l’invadenza del trasporto veicolare, disegnano un quadro problematico di paesaggio urbano, che costringe ad un radicale salto conoscitivo e creativo da parte degli architetti. Quello della periferia aquilana è uno spazio che può allargarsi secondo le più disparate richieste e assumere un carattere di volta in volta diverso, dilatabile all’infinito, sfilacciato, privo di margini e di una definizione formale propria. Oggi c’è da chiedersi se vi erano altre strade percorribili; se, questo errore di percorso – che va rimediato con una vastissima operazione di chirurgia plastica – sia da ricercarsi nell’esigenza impellente del terremoto di trovare un tetto e al più presto, oppure in una nuova categoria di pensiero, già maturata nel secolo scorso, che si esprime in uno spazio privo di qualità architettoniche – uno spazio-spazzatura-informe (Junkspace) – ricolmo di utilità economiche e costruito con l’unica attenzione rivolta all’ammortamento finanziario dell’investimento.

L’architettura del paesaggio urbano è tutt’altra cosa, in cui si spende di più di quanto non chieda la pura utilità. Questa visione, che offre un nitido panorama delle forze ingovernabili che regolano lo spazio delle nostre città, trova conferma nel paesaggio aquilano, la cui periferia, estesa oltre sette volte la superficie del centro storico, non trova giustificazione da un confacente aumento della popolazione. Tanto più oggi! E’ una visione che ha cancellato quell’idea di città a misura d’uomo, che – sia pure sotto regimi meno democratici del nostro – venne a stratificarsi all’interno delle mura. Ci domandiamo: come si acquisisce e come si può perdere il sentimento di identità personale e collettiva? Dopo il 6 aprile l’identificazione del cittadino con il proprio spazio di vita si è fatto più difficile; la sua identità non è stata più definita attraverso lo scambio sociale nei luoghi pubblici della città, ma prevalentemente attraverso quelli virtuali di internet. Giornalmente scandiamo le nostre relazioni sociali negli spazi rarefatti di facebook, di twitter, di you tube, oppure nei santuari del commercio, della forma fisica, nei chiusi paesaggi del tempo libero. Ritirandoci dentro queste “nuove piazze” celebriamo i riti di individui isolati, uno accanto agli altri, così come i muti edifici della città diffusa: volumi pensati come oggetti staccati dai contesti, in cui l’idea stessa di spazio pubblico è assente. Il persistente stato di malessere però, ci ha persuasi che il processo di umanizzazione coincide con la produzione di beni relazionali.

Il nuovo umanesimo aquilano dunque, deve vincere le tentazioni del pensiero utilitaristico e materialista, e prodigarsi per soluzioni progettuali che superino il concetto restrittivo di cura come terapia, rivalutandolo invece come care: un prendersi cura dell’uomo nella sua interezza, che presuppone anche il ripristino della “scala umana” nel paesaggio urbano, assimilando l’idea di città a quella di “alveare”, composto da più celle, ciascuna dimensionata sui tempi e sugli spazi percorribili dal pedone, così come all’interno del centro storico. Un ripristino che pone al centro del progetto il ridisegno delle strade urbane, con l’intento di contenere l’invadenza del traffico automobilistico, di ibridarlo con la presenza del verde urbano e del traffico alternativo e dilatare così le occasioni di fruizione dei pedoni. Ma ciò risulterebbe ancora insoddisfacente se non si reintroducesse la cultura della raffigurabilità degli spazi aperti: un atto rivoluzionario che va operato, cominciando a spostare l’attenzione dai soli “volumi” della città anche ai “vuoti” adiacenti, chiamati ad ospitare relazioni reali fra le persone e di mettere in relazione gli edifici e le persone con il loro vissuto. Non riuscire a raffigurarsi qualcuno o qualcosa, significa infatti non riuscire a immaginarne le sembianze.

Il “vuoto urbano” non va interpretato unicamente come infrastruttura, standard, o come assenza di edifici, ma anche come evento architettonico, dotato di una raffigurabilità capace di contemplare affettività e simbolismo, da realizzare con dispositivi che definiscono uno spazio a volume zero. E’ un tema che investe la rappresentazione della città nella sua interezza e non solo in quella di “facciata”, del centro storico: un segnale di rigenerazione e riconciliazione urbana, oltre che sociale, che però non è ancora entrato a far parte del’universo culturale aquilano.

Giancarlo De Amicis

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