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Lavoratori Idi senza stipendio da 4 mesi

di Nando Giammarini*

L’articolo 32 della nostra Costituzione recita: ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’. Ma sono tempi duri, tempi in cui pare vengano meno quelli che sono i diritti fondamentali, dal lavoro e alla salute, dei cittadini.

Di certo con una situazione di tale insicurezza sociale non si va avanti. Non è possibile né fattibile parlare del taglio di circa 2000 posti letto nella sanità laziale colpendo con una scure quei presìdi ospedalieri di primaria importanza, sia per l’offerta specialistica che per il grande bacino di utenza che in alcuni casi va oltre la provincia. Penso all’Idi – San Carlo, al San Filippo Neri, al Santa Lucia, al San Raffaele, al Cto della Garbatella, al Sant’Andrea ed altre cliniche private che operano in regime di convenzione con quelle pubbliche, tutte grandi eccellenze sanitarie della Capitale messe in ginocchio dall’odiosa “[i]spending rewiew[/i]”.

Penso all’Idi – San Carlo (Istituto Dermatologico Italiano) di Roma i cui dipendenti dal personale medico e paramedico a tutte le realtà operative ospedaliere sono senza stipendio da ben 5 mesi. Mille ottocento famiglie in piena crisi, anche in considerazione del fatto che già non si arriva a fine mese ed in alcuni casi lavorano in ospedale entrambi i coniugi. In quella struttura sanitaria lavorano anche dei nostri corregionali, abruzzesi dell’Alta Valle dell’Aterno.

Per far fronte a questa assurda situazioni d’ingiustizia alcuni dipendenti osservarono uno sciopero della fame e salirono sul tetto della struttura a partire dal quindici novembre e solo dopo la solidarietà di alcuni politici ad iniziare da Bersani, Marino, Zingaretti, Alemanno ottenendo assicurazioni sullo sblocco dei fondi da parte del Commissario Governativo ed al relativo pagamento di alcuni stipendi arretrati sospesero la protesta.

Grande è stato il senso di responsabilità e del dovere dei dipendenti ospedalieri che neanche nei momenti di lotta più duri quando si era arrivati all’occupazione della struttura sanitaria hanno mai smesso di far funzionare l’ospedale . Una domanda sorge spontanea e se la pongono sia i dipendenti che l’opinione pubblica: dove va a finire quell’enorme quantità di danaro che incassano quotidianamente attraverso il pagamento dei ticket e delle visite private visto che per prenotare una visita prendere il numero ed accedere agli sportelli c’è fila chilometrica fin dalle 6 del mattino e si paga anche il parcheggio per accedere all’interno? Che fine fanno i fondi regionali loro assegnati?

Fonti sindacali rivelano che le problematiche della struttura sono e presenti da circa un anno e mezzo, le istituzioni deputate al controllo completamente assenti; si è andati avanti con nomine ad hoc di manager e direttori generali che, non essendo in grado di gestire la struttura l’hanno affossata ulteriormente.

L’ultima plateale manifestazione dei lavoratori esasperati lo scorso 8 dicembre, giorno dell’Immacolata, quando si sono radunati in piazza San Pietro, durante l’Angelus del Papa, cercando di attirare la sua attenzione, manifestando silenziosamente e pacificamente distribuendo volantini informativi, senza uso di mezzi sonori e senza bandiere nel rispetto del luogo di culto. Successivamente il 10 dicembre circa diecimila operatori sanitari di tutti i nososcomi romani tennero una “sonora” manifestazione sotto la sede della Regione Lazio, bloccando la Cristoforo Colombo per ore per protestare contro le decisioni del Commissario alla Sanità per il Lazio, Enrico Bondi; la protesta non si ferma i sindacati ne hanno già annunciata un’altra per il 20 al Ministero dell’Economia.

Loro rivendicano il rispetto del diritto alla salute e al lavoro, sostenendo che non è compito di un Commissario riformare la sanità laziale, ma di una Giunta democraticamente eletta. Hanno poi ribadito che la dimissionaria Giunta regionale del Lazio, ha fatto danni percepiti da tutti e continua con interventi spot in assensa di una vera e propria programmazione sanitaria. Lo stesso candidato presidente della Regione, Nicola Zingaretti a margine di un’iniziativa ha dichiarato: «C’è stato un approccio ragionieristico sul tema del piano di rientro, invece di una visione su come migliorare i servizi senza che questo significhi semplicemente chiudere. La parola d’ordine non deve essere ‘chiudere’, ma ‘trasformare’, non deve essere ‘licenziare’ ma ‘valorizzare’. Deve esserci l’assillo di garantire il diritto alla salute che non può essere messo in discussione». E questa, mi sembra, sia la dichiarazione migliore che un candidato alla guida del Lazio può fare; in essa c’è considerazione per le tante famiglie in difficoltà, rispetto infinito per gli utenti del servizio ospedaliero, solidarietà incondizionata.

Lo stesso Presidente della Repubblica, attento agli eventi che possono creare grandi conflitti sociali, ha sottolineato come il nostro servizio sanitario sia «andato anche al di là del dettato dell’articolo 32 della Costituzione in cui si dice di prestare cure gratuite agli indigenti». Perciò non bisogna abbandonare questa scelta ma «saper intervenire in modo puntuale con grande attenzione selettiva», quando si tratta di ridurre le spese.

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