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Angela si chiamava

di Valter Marcone

Sul muro aveva scritto

col pennarello blu

“Angela si chiamava“

una sera sul letto

a testa in giù.

E quell’amore in fretta

silenzioso e solitario

gli rimbombava dentro.

Un’onda, un’onda lunga

e travolgente

non si spegneva più

al ricordo di Angela

Angela lasciata laggiù.

“Angela si chiamava“

e il sole nella cella

molti anni aveva corso

per dondolare il sogno

di quel ragazzo biondo.

Un sogno come in grembo

ad una madre crudele

e dolce

pianta con l’ultima nostalgia

del giorno, del giorno finito

allo sbattere dei cancelli

al suono del campanello

al correre pesante d’ogni sera

e poi di nuovo al mattino

nei corridoi, nei corridoi

del carcere di Via dell’Acqua Santa.

Sul muro c’era scritto

“Angela si chiamava“

scritto da quel ragazzo biondo

che ancora la chiama

mentre il sole corre ancora

ancora ogni giorno

e non ha più sogni da cullare

di quel ragazzo biondo

rimasto senza Angela

e senza sogni.

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