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Gli ideali non passano di moda

*di Cinzia Maria Rossi

Con questa narrazione ho voluto ripercorrere la storia della mia famiglia per portare un esempio di come potrebbe essere la vita di una seconda e di una terza generazione di immigrati, di profughi, di stranieri che hanno scelto per un qualsiasi motivo di vivere fuori dalla propria Patria. Ho cercato di rendere viva l’esperienza portando il lettore nel centro della vicenda: i miei parenti non sono tornati indietro, hanno scelto di vivere in Italia e in un certo modo sono stati aiutati, negli studi e poi nel trovare lavoro. Come “orfani di guerra” è stato comunque riconosciuto loro uno status, sì lo Stato è stato riconoscente, ma l’evoluzione culturale del pensiero sociale è molto più lenta. Vi sono ancora resistenze nei confronti degli stranieri e il più delle volte si confonde la figura dell’immigrato con quella generica del delinquente. Un uomo, in questo caso mio nonno, cerca la dignità e la trova dando la sua vita per la Patria che lo ospita e che all’inizio non lo ha neanche voluto. Un simbolo quasi anacronistico, ma anche oggi ci sono persone che fuggono dai loro Paesi straziati da carestie e guerre, che si imbarcano in un’avventura che sembra a volte senza speranza, ma che invece non lo è. Perché su quel barcone, su quella carretta del mare o stipati dentro un sottofondo di un TIR, cercano la pace, la dignità, la vita. Una vita migliore, per sé e per i propri figli. Quel viaggio, di cui non sanno l’esito fino alla sua conclusione, è sempre qualcosa di meglio di quello che hanno nel loro Paese. E’ un viaggio della speranza per la dignità. E’ un grido che si leva contro il cielo: è la Speranza (con la S maiuscola), che possiamo dare solo noi con l’accoglienza decorosa, la tolleranza e una possibilità di riscatto da una vita segnata dal dolore. Cercano nel nostro Paese la democrazia che loro non hanno, una democrazia giusta dove non è solo il governo della maggioranza, ma è soprattutto dove anche le minoranze possono esprimersi liberamente e dove i loro progetti trovano una giusta manifestazione.

[i]Gli ideali non invecchiano mai e non passano di moda.[/i]

[i]Esistono sempre nei cuori e nelle storie di chi li ha vissuti.[/i]

Art.1 Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo

[i]Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza[/i].

Ecco, io sono figlia di questi ideali, io non ho vissuto la guerra, ma la porto dentro nei racconti dei miei parenti, delle mie zie e dei miei nonni, degli amici che ora non ci sono più, ma che quando ero piccola mi intrattenevano vicino a una vecchia stufa a legna e, mentre bolliva la moka con il caffè per i grandi, mi raccontavano storie di guerra e d’amore. Quell’amore per le donne di altre patrie e per gli ideali di libertà e giustizia, che hanno dato loro la forza di vivere e sopravvivere a terribili avversità.

Il 25 aprile del 1945 morì nonno Giacomo, in un sanatorio dove era finito in seguito alle sevizie subite per non aver rinunciato ai suoi principi, per aver aiutato, soccorso e nascosto dei paracadutisti inglesi, per non aver detto dove erano e dove si nascondevano i suoi compagni della Brigata Garibaldi. Morì senza sapere che il suo sacrificio non fu vano. Nonno Giulio, invece, era attendente del Re e lo aveva seguito in Grecia, non amava la guerra, ma seguiva la Corte e portava i ravioli al “plin”, col pizzico, quelli veri piemontesi, li portava a cavallo da Torino al fronte perché il Re non poteva mangiare altro. Nonno Giulio è morto centenario, aveva anche lui ideali di libertà e uguaglianza , ma appena poté rientrò in Patria e si occupò dei suoi noccioleti fino all’ultimo giorno della sua vita. Lo trovammo riverso sotto il nocciolo più grande, un bel giorno di primavera. Volevo bene a tutti e due, se non altro nonno Giulio mi poteva raccontare e incantare, lui aveva preferito la vita e mi diceva della morte e della guerra con infinita tristezza, come una cosa che ormai non lo riguardava più e gli si velavano gli occhi solo quando ricordava i suoi compagni che, invece, non avevano potuto scegliere, loro – mi diceva cinicamente – erano sicuramente tutti uguali sotto tre metri di terra.

Storie diverse di un’unica tragedia. Di nonno Giacomo mi rimane una sbiadita fotografia a cavallo, la Croce di guerra e qualche laconica riga in un libro sui partigiani liguri. La sua è una storia strana. Da piccola mi chiedevo perché, mentre mi parlavano in italiano, io rispondessi in greco. Mi ha cresciuto una nonna greca: mentre la mamma era intenta al lavoro io rimanevo con lei, ero molto piccola, ma mi ricordo tutto quello che mi ha detto con impressionante lucidità. I suoi racconti erano a volte tristi e pieni di rimpianto, altre volte rabbiosi e colmi di astio nei confronti degli invasori. Lei, fiera discendente delle amazzoni fondatrici della sua città natale, aveva dovuto scappare in Italia con il marito, dopo l’ennesima sanguinosa incursione da parte dei turchi nei confronti dei cristiani.

«Cleanthy (questo è il mio nome greco) – mi diceva – nessuno può toglierti la libertà o farti sentire diversa o inferiore agli altri, ricordati cosa abbiamo passato per conquistare la dignità: hanno trucidato i nostri famigliari e violentato le nostre donne! Il giorno che partii Smirne in fiamme illuminava il cielo nero di fumo, mentre il sangue dei martiri colorava il mare antistante …». E una lacrima le solcava il viso rugoso, ma in un attimo i suoi fiammeggianti occhi verdi riprendevano la fierezza di un tempo, di quando donna, ormai vedova e sola con coraggio, aveva dovuto affrontare terribili privazioni e sofferenze in un paese straniero. In Italia negli anni Venti la propaganda fascista prometteva nuova vita per gli italiani di Grecia, coloro che sarebbero rientrati, all’epoca della ricerca del “consenso” politico di cui parla Renzo De Felice nei suoi testi, avrebbero avuto case e lavoro.

Mio nonno era nato in Turchia, a Istambul, da padre italiano e madre austriaca. In quel Paese straniero, che aveva accolto il bisnonno fuoriuscito dalla Liguria a seguito dei Moti genovesi del 1848, aveva una fiorente attività di produzione di piastrelle di ceramica. Il bisnonno era tra i fondatori della Società operaia di Istambul, della quale era presidente onorario Garibaldi. Con queste premesse non poteva essere altro che un socialista. Idealista e conoscitore di sette lingue, decise di abbandonare tutto e di rientrare in Italia per salvare la nonna e sostenere il governo di Mussolini. Poteva contare sul sostegno di uno dei suoi sette fratelli sparsi per il mondo, che sarebbe rientrato in Vaticano dal Madagascar dove era missionario delle “Scuole Cristiane”, Nunzio Apostolico ed insegnante di lingue orientali. Invece, in Italia vennero accolti in un campo profughi, trattati come delinquenti della peggiore specie, costretti a corrompere dei funzionari per avere un lasciapassare.

Si misero in viaggio per raggiungere la Liguria, patria natia degli avi del nonno, dove speravano di trovare la vecchia casa. Manco a dirlo un parente, forse un cugino, aveva occupato le proprietà con la scusa che non gli erano più arrivati i soldi delle tasse. Chiesero gli aiuti governativi promessi, la casa, il lavoro. Gli impegni furono mantenuti solo in parte, vennero alloggiati in una caserma adibita a civile abitazione, in realtà una specie di “ghetto”. Il nonno ben presto si accorse che le sue aspettative e i suoi sogni non si sarebbero potuti compiere nell’Italia fascista e seguì invece altri ideali di libertà. Si affiliò ai partigiani e fu imprigionato per motivi politici. Morì nell’aprile del 1945 a seguito delle torture subite in carcere da parte dei nazi-fascisti, con la motivazione principale di aver nascosto e aiutato dei paracadutisti inglesi.

I racconti di questa amara esperienza esistenziale hanno costellato la mia infanzia e la mia giovinezza, ma mi hanno insegnato che la libertà, la democrazia, la dignità umana sono gli unici ideali per cui vale la pena lottare e che la conoscenza e il rispetto delle differenze culturali avvicinano le persone e i popoli: si impara più dalle differenze che dalle uguaglianze. E’ l’ignoranza che genera la diffidenza, il non conoscere o non volere conoscere l’altro, lo straniero. Non per niente la matrice etimologica della parola straniero è la stessa di “strano”, “strambo”, lo strano che fa paura, un qualcosa di diverso che entra nel mondo conosciuto e lo destabilizza. Mia nonna non riuscì mai ad imparare bene l’italiano, non veniva neanche ammessa in Chiesa, ma aveva Fede, davanti alle sue Icone antiche ardeva sempre un lumino e insieme dicevamo le preghiere. Non venne accolta correttamente, né dalla società né dalla comunità religiosa. Rimasta presto sola, vedova con sette figli, fu vittima di dispetti e di emarginazione, anche se lo Stato riconobbe, in seguito, il sacrificio del marito Partigiano e, per quanto possono le Istituzioni, le furono vicino. Però, per quanto facciano, non sono capaci di restituire una vita, per lei e i suoi figli dopo la guerra tentarono comunque una via di accoglienza.

Si sa, le istituzioni non sono solo mattoni e scrivanie, le istituzioni sono persone che seguono le alterne vicende delle loro stesse vite e sono l’espressione del loro vissuto. Gli aiuti, quelli concreti, rimangono, ma i sorrisi sinceri e la compartecipazione al dolore altrui sono tutta un’altra cosa. Fu appagata, in seguito, dalla riuscita sociale e lavorativa dei figli e dalla certezza che la dipartita del marito non fu vana. Perché il raggiungimento degli scopi politici e degli ideali di una generazione, scaturiti dal dolore e dalla morte, hanno trovato compimento e sono stati riuniti sia nella Costituzione italiana che nella Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo, entrambe promulgate nel 1948.

Nel 1986 fui tra le prime donne a vincere il concorso pubblico come Agente della Polizia di Stato, a parità di stipendio, lavoro e carriera degli uomini, in un Paese ormai democratico in cui la pace, la parità e le pari opportunità sono il motore della società, in un Paese dove la dignità umana viene rispettata e dove lo straniero è accolto come un fratello. La scelta della mia attività lavorativa, per quei tempi anti-conformista, fu senz’altro dovuta al mio vissuto e al mio desiderio di aiutare e di collaborare con la gente: indossare quella divisa doveva significare che lo Stato era garante dell’accoglienza, che era vicino alla gente, che l’Uniforme non doveva spaventare o allontanare, ma avvicinare. Per mio nonno sarebbe stato sicuramente fonte di orgoglio il vedermi schierata a giurare fedeltà alla Patria davanti al Presidente della Repubblica, a quella Repubblica per cui lui aveva lottato, con onore e dignità, fino alla morte.

[i]*Scrittrice ligure che vive da molti anni in Abruzzo[/i]

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