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Metanodotto, un tubo senza gas

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L’Italia aspira a diventare l’hub del gas del sud Europa, cioè gran parte del gas che si prevede di importare dall’estero dovrebbe essere rivenduto ad altri Paesi europei.

E’ questo uno dei punti principali della strategia energetica del Governo Monti e a questo progetto stanno lavorando da anni l’Eni e la Snam.

Solo gli sprovveduti hanno potuto credere finora alla favola secondo cui i nuovi metanodotti e i nuovi rigassificatori servivano per le necessità del Paese. Era infatti noto che l’Italia ha da tempo una sovrabbondanza di infrastrutture energetiche e cioè che a fronte di consumi interni che non hanno mai superato gli 85 miliardi di metri cubi l’anno, la capacità di importazione è ben superiore perché raggiunge i 110 miliardi.

E’ importante riflettere sulla contrazione dei consumi di gas, non solo per effetto della crisi economica ma anche per l’aumento delle temperature e per l’incremento delle fonti rinnovabili : i dati resi noti dalla Snam il 26 ottobre scorso, relativi al quantitativo di gas naturale immesso nella Rete Nazionale Gasdotti, parlano chiaro : dai 59,41 miliardi di metri cubi, nei primi nove mesi del 2011, si è passati , per lo stesso periodo del 2012, a 57,47 miliardi di metri cubi.

Ora che il disegno dell’hub è ufficialmente ammesso, esso rischia di sgretolarsi prima ancora che possa prendere corpo. Sono, infatti, molti gli elementi che lasciano capire che la bolla del gas si sta sgonfiando e che quindi la scelta dell’hub appare sempre meno sostenibile sul piano economico.

Proprio non si capisce a chi l’Italia dovrebbe rivendere il gas visto che il mercato europeo è sempre di più saldamente nelle mani dei tradizionali esportatori e che in Italia il gas costa di più rispetto alla Germania e ad altri Paesi dell’Europa.

Con l’entrata in funzione del grande gasdotto Nord Stream, dalla Russia alla Germania, Gazprom ha rafforzato il suo dominio sul continente europeo. Il gigante energetico russo ha, infatti, già concluso contratti a lungo termine, oltre che con la Germania, anche con Danimarca, Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna.

Il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, afferma che il Trans Adriatic Pipeline (TAP), ideato per portare il gas dall’Azerbaijan fino in Puglia, si farà; ma il ministro azero dell’energia ha annunciato di preferire il Nabucco, fortemente voluto dall’Unione Europea, rispetto al gasdotto concorrente, che è appunto il TAP.

Nel frattempo l’altro grande metanodotto russo, il South Stream, ha perso il suo braccio sud, che doveva approdare anch’esso in Italia, sulla costa pugliese: Gazprom ha reso noto che non è più economicamente conveniente e perciò lo ha tagliato.

Fatti nuovi si registrano anche sul fronte dei rigassificatori. Dopo la rinuncia della British gas al rigassificatore di Brindisi, anche la Gas de France Suez ha dato forfait. La società francese ha annunciato che il rigassificatore che intendeva costruire in Adriatico, al largo di Porto Recanati, data la situazione di mercato , non si farà più.

Ma c ‘è un’altra notizia molto importante, rimbalzata in rete, visto che i grandi media si “dimenticano spesso” di comunicare ai cittadini le informazioni “scomode” per il potere costituito. In seguito all’intervento della Commissione Europea l’Autorità Italiana per l’Energia e il Gas ha deciso di sospendere l’assegnazione degli incentivi, detti di “garanzia dei ricavi”, per nuovi progetti di rigassificatori.

Di cosa si tratta? L’Autorità per l’Energia con la delibera 175/2005 incentivò la costruzione di rigassificatori assicurando ai costruttori “un fattore di garanzia che, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto, copre una quota pari all’80%” dei ricavi di riferimento per i costi fissi del terminale (nel 2008 la quota è stata “abbassata” al 71,5%) assicurando alle aziende gasiere un ricavo pari a 3 miliardi di euro l’anno per 20 anni anche se non avessero prodotto un solo metro cubo di gas; questo in realtà è un odioso balzello caricato sulla bolletta dei cittadini.

Ora che gli scandalosi incentivi pubblici sono stati tagliati, la lobby delle multinazionali del gas continuerà a ritenere ancora conveniente la costruzione di questi mega impianti ( ben 11 i nuovi progettati in Italia!) che, per la loro pericolosità, sono fortemente contestati sia dai cittadini che dalle istituzioni locali?

E se, come è prevedibile, la risposta è no, non è questo un altro duro colpo che va a demolire il disegno dell’ Italia quale hub europeo del gas?

E il grande metanodotto “Rete Adriatica”- la più importante infrastruttura di terra al servizio dell’hub, di 687 km, che dovrebbe attraversare ben 10 Regioni dalla Puglia all’Emilia -Romagna – a questo punto ha ancora senso? Con quale gas si alimenterà questo mega tubo, visto che, dopo il rigassificatore di Brindisi, stanno venendo meno, uno dopo l’altro, anche i metanodotti che dall’est sarebbero dovuti giungere in Italia? Sconvolgere territori estremamente fragili sul piano ambientale e sismico, quali sono quelli dell’Appennino, per costruire un ecomostro dalla finalità molto incerta : ecco una scelta che appare sempre di più un vero e proprio disegno criminoso sotto il profilo economico, sociale e civile. Ci auguriamo, pertanto, che i mutati scenari del mercato del gas inducano il Governo e la Snam a non insistere con un’opera che, oltre che devastante e pericolosa, si sta rivelando anche inutile.

Comitati cittadini per l’ambiente

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