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Il danno dei cinghiali e i conti che non tornano

di Bruno Dante*

Lo sentite alla televisione, lo leggete sui giornali: il nostro paese sta con un piede nella fossa e con l’altro su un pezzo di sapone bagnato.

Né gli equilibrismi del governo Monti sono serviti a granché, perché il nocciolo della questione è sempre lì: l’ingente debito pubblico nazionale.

Ogni italiano, centesimo più centesimo meno, ha un debito di 33 mila euro. Per fargli fronte siamo obbligati a contrarre prestiti sempre più onerosi e la speculazione che si è inserita ci sta portando alla rovina. La soluzione, dunque, qual è? Un ragazzino di quarta elementare risponderebbe ‘[i]Non fare più spese inutili[/i]’.

Posso capire la spesa per costruire ospedali, scuole o per aiutare invalidi e disoccupati, ma non quella per il rimborso dei danni causati dai cinghiali. Avete letto bene: dai cinghiali. Volete sapere quanto spende ogni anno il Parco del Gran Sasso per rimborsare i danni causati alle colture? Centinaia di migliaia di euro. Sarò preciso, perché ho sottomano i dati del 2010. In quell’anno il Parco ha speso esattamente 614.522,17 euro, oltre alle spese per l’accertamento dei danni. E questa storia dell’indennizzo va avanti da 16 anni, esattamente da quando il Parco è stato istituito.

Un po’ per curiosità e un po’ per deformazione professionale, ho ficcato il naso in questa faccenda che mi puzzava di bruciato. Sorpresa: gli agricoltori di Castel del Monte hanno ricevuto 86.529, 82 euro di indennizzi contro i 10.904,60 di Calascio, i 111,00 di Santo Stefano ed i 12.796,59 di Barisciano. A questo punto mi sono chiesto: è il nostro foraggio ad essere più buono di quello degli altri o c’è qualcuno che fa il furbo?

Gli 86.529,82 euro di indennizzo sono tanti. Con questa somma ci si comprano 7 mila quintali di foraggio, sufficienti ad alimentare un gregge di mille pecore per un anno! Sono andato oltre. Ho visionato il Prezziario allegato al Prontuario delle principali colture praticate nel Parco. Nella voce relativa agli erbai, i rimborsi vanno dai 140 euro per l’avena/veccia ai 398 euro per la veccia/trifoglio per ettaro. In poche parole, i cinghiali avrebbero danneggiato oltre duecento ettari di erbai.

Per vederci chiaro, ho scritto al Parco chiedendo l’elenco dei coltivatori di Castel del Monte che sono stati indennizzati. Mi ha risposto che non sono tenuto a saperlo in quanto non sussiste un mio personale interesse. Ho sollecitato l’intervento della Prefettura che ha ribadito il diniego del Parco in quanto, a norma della legge 241/90, l’esibizione degli atti è dovuta solo quando sussiste un interesse personale del richiedente. Sono in errore sia il Parco che la Prefettura. Primo, perché sono un contribuente e ho il diritto di sapere dove vanno a finire i soldi della tasse che pago. Secondo, perché quegli indennizzi sono stati liquidati con atto deliberativo del Parco e, come tutti sanno, le delibere sono atti pubblici che tutti possono visionare. Non per niente, i comuni hanno l’obbligo di affiggerle all’albo pretorio.

Potevo, comunque, ricorrere al tribunale amministrativo contro il diniego, ma non l’ho fatto perché non ho soldi da spendere. Per il momento ho accantonato la questione, ma vi assicuro che costringerò il Parco ad uscire allo scoperto.

Perché tanta reticenza se tutto è stato fatto alla luce del sole e non c’è nulla da nascondere? Non voglio essere permaloso né tanto meno pensare a male. Perché pensare a male è peccato e non ho intenzione di andare in Purgatorio per colpa dei cinghiali. Però, come dice quella vecchia volpe di Andreotti: pensare a male è peccato, ma qualche volta ci si azzecca.

*lettore

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