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Uomini e storie nell’estate di San Martino

di Vincenzo Battista

Bisogna “scendere” nel VI secolo per trovare una delle sue più antiche iconografie, quella del mosaico della basilica di San Apollinare Nuovo a Ravenna, per esempio, che lo rappresenta con il dono del mantello al mendicante, simbolo della sua figura divenuta un segno distintivo della solidarietà e dominante modello visivo nelle produzioni artistiche, per oltre tredici secoli.

Un primato attribuito alle leggende, alla tradizione popolare che si è incaricata soprattutto di salvaguardarne il culto, tanto da trasportarlo con il suo nome in tutta Europa, fino a dilagare nei borghi, i più piccoli, nascosti, arroccati sulle montagne (terza campata di desta, oratorio benedettino di San Pellegrino in Bominaco) o dispersi nei territori agricoli per poi entrare dentro le case, nei fondaci, nelle cantine con la sua effige attaccata alle botti.

{{*ExtraImg_77133_ArtImgRight_300x421_}}La figura è inoltre legata ai giorni di fiera, i grandi mercati ricorrenti ancora oggi, alle relazioni d’affari, ai contratti, alle questue e ai pagamenti delle fittanze dell’anno agricolo che si chiudevano, salutate con grandi falò, i fuochi delle pratiche divinatorie legate al santo, che dovunque venivano accesi l’11 novembre appena trascorso, ma anche nei giorni dopo, nella sua estate, declinata e così chiamata, indicatrice del suo cammino immateriale, insieme alla consumazione di pasti particolari nel mondo contadino che ne raccoglieva le aspettative, dopo le attese.

Prima è la modernità di Giotto, oltre i “bizantini”, che visualizza il concetto di plasticità della pietas del cavalier curtense dalla Legenda Aurea, mentre nel XIV secolo è invece Simone Martini che lo dipinge nell’affresco “Rinuncia alla armi” nella basilica inferiore di San Francesco, in Assisi, in una elegante e raffinata ambientazione del Trecento e nei primi anni del Cinquecento è in un polittico di Vittore Carpaccio conservato nella cattedrale di Zara; El greco nel 1598 lo rappresenta in un grande quadro conservato nella [i]National Gallery of art di Washington[/i] e nel Seicento, due tele di van Dyck tratteggiano la “Carità di Martino”, vescovo di Tour, santo popolare anche degli infelici e “[i]quello del miracolo del giorno d’estate in pieno autunno, l’11 novembre[/i]” raccontano, il giorno delle sue esequie, quando la natura per una volta in suo onore torna a fiorire e a scaldare la terra che si prepara all’inverno.

San Martino, vescovo di Tour (315 – 397), padre del monachesimo in occidente, nacque in una città di guarnigione della frontiera dell’Impero d’Occidente, nella pianura ungherese. Figlio di un veterano dell’esercito si arruolò e una notte, narrano i suoi biografi, durante la ronda, incontrò un povero seminudo al quale non esitò a dare metà della sua clamide, la fodera di pelliccia, che tagliò in due con la spada. Quell’uomo era Cristo e gli apparì la notte successiva in sogno rivestito della metà del mantello miliare che gli aveva ceduto.

Successivamente l’incontro con il cristianesimo e quindi la storia del suo episcopato lungo 26 anni in un monastro nei pressi di Tours.

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E con ”l’estate di San Martino”, che andrà avanti ancora nei prossimi giorni, giungeva anche il rito della svinatura, la giusta temperatura per fermare l’ebollizione del mosto d’uva che diventerà per incanto vino, novello, ma non prima che qualcuno, dalle profondità di una sorta di tempo paleocristiano, abbia provveduto a tracciare con un segno a forma di croce con calce e sabbia la parte superiore della botte, o gettato fuori dalle case spiedi di ferro, soffietti dei camini contro saette e temporali, in questa data che coincide con un’altra divinità della Grecia antica, Diòniso, ma con esiti e spiritualità completamente diversi dal santo, in cammino, alla ricerca dei nostri desideri.

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