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Quel doveroso silenzio…

A pochi giorni dalla sentenza emessa in merito al processo relativo alla Commissione Grandi Rischi, non posso che confermare, leggendo i commenti rilasciati a caldo dall’Alta Politica e dalle Alte cariche, ciò che già presagivo: a tre anni e mezzo da quella fatidica notte, non ancora si è capito quanto accaduto a L’Aquila e le conseguenze che tanti, troppi silenzi, studiati o meno, hanno provocato nelle vite di tutti noi, a prescindere che si tratti di “parenti delle vittime”, di semplici “sfollati”, di “cittadini tuttora residenti”, di “turisti post-sisma”, di “studiosi”.

E mi rincresce constatare come queste “categorie” spesso trovino “accoglienza” presso l’opinione pubblica, specialmente quella “che conta”, molto di più delle vicende di vita che, a partire da quella notte, sono state accomunate tutte, indiscriminatamente, in 38 secondi, come se non fosse mai esistito un prima, ma soltanto un dopo, fatto di lotte per ridare dignità a quanto rimasto, di ricordi da tenere a bada evitando di diventarne preda, ed usate quasi come armi fisiche di difesa o attacco, in qualsiasi ambito di discussione, dentro o fuori da aule giudiziarie.

E tutto questo soltanto perché, in un incontro di 45 minuti, fatto per “operazione mediatica”, in un verbale scritto post- mortem di 309 Persone, si diceva che non c’era da preoccuparsi, che anzi, “è una situazione favorevole”.

L’importanza di questa sentenza prescinde dalle singole “Categorie di appartenenza”, dai vissuti di chi è rimasto coinvolto, dal dolore che continua ad essere preso come pretesto per infilare nelle mani di noi parenti delle vittime un’ascia di guerra che non vede niente se non vendetta.

E’ il primo Atto di Civiltà di un Paese, del quale i protagonisti sono stati Dei scesi in terra che erano in grado di offrire dentiere per strada, metter su dal nulla quartieri dormitorio sbilenchi nei quali confinare superstiti ancora coperti di polvere, di infilare bare vuote ai funerali di Stato, (affari anche lì), di “passeggiare” col sorriso in un cimitero talmente grande che risponde al nome di L’Aquila, di speculare su edifici fantasma, di elevarsi a burattinai della vita altrui, passandoci sopra come su una Valle Verde.

Personalmente sono stufa di subire le parole di chi in quei giorni aveva tutt’altro tipo di preoccupazioni, e gioca oggi a distorcere la realtà sostenuto da un entourage di fedelissimi (magari si fosse così fedeli alla Costituzione, che in quell’aula di tribunale il 22 ottobre ha trovato respiro).

In quell’aula è emerso con estrema chiarezza che nessuno chiedeva ai sismologi di svolgere il compito di Dio, di annunciare la fatidica ora, gli si chiedeva di utilizzare gli strumenti in loro possesso per evitare il peggio.

Le domande sono sempre le stesse e le argomentazioni pure: affermare che i terremoti non si possono prevedere equivale a dire che non c’è pericolo? Siglare “un verbale che mi inchioda” ammettendo “non so nemmeno chi l’abbia scritto”, “apparso dopo il sisma”, sul quale “mi hanno fatto mettere una firma quando era già successo tutto”, sig. Boschi è esempio di moralità? Nel redigere un Rapporto dettagliato nel 2006, elencando uno per uno gli edifici che SICURAMENTE in caso di sisma sarebbero crollati, e scordarsene al cospetto dei colleghi, sig. Barberi, è deontologia professionale?

Non oso mettere in discussione la capacità di svolgere il proprio lavoro, che dopo anni di onorata carriera è indubbia, ma piuttosto la superficialità con la quale si è agito, le conseguenze fatali che ne sono derivate, la facilità con cui anche eminenti personalità del mondo scientifico si sono piegate a recitare una parte di fondamentale importanza in questo “teatro dell’orrore”.

La buonafede della quale dite di aver usufruito in quei 45 minuti, come fosse un valido antidoto alla coscienza, ha ucciso 309 persone e frantumato la vita di altre migliaia che ad oggi si sentono dire che i loro cari potevano ancora sedersi a tavola per il pranzo, condividere gioie ed avere un futuro migliore di quello trovato in un sacco nero.

Avete una responsabilità alla quale far fronte, rispetto ad una comunità che pretende di potersi affidare a voi senza correre il rischio di dover pagare con la vita le vostre negligenze.

Dai politici, che continuano a vomitare commenti senza senso, pretendo Silenzio, pretendo di essere trattata come una persona, pretendo che la memoria di mio fratello e delle altre vittime sia RISPETTATA E se questo Rispetto non dovesse concretizzarsi in quanto mai opportune (oserei dire ad oggi “utopistiche”) scuse, almeno un regalo a questo Paese, peraltro gratuito, ogni tanto fatelo: rimanete in DOVEROSO SILENZIO.

Ho appena ascoltato le ultime intercettazioni di Giudo Bertolaso e il suo immorale invito a nascondere la verità.

In quale paese vivo? Perché mio fratello è morto?

Liliana Centofanti

Sorella di Davide, morto ad appena 19 anni nel crollo della Casa dello Studente

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