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Presunto killer fermato a L’Aquila

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È stato fermato questa mattina dagli agenti della squadra mobile della capitale il presunto killer del sudanese di trent’anni ucciso ieri a colpi di pistola in via Lemonia, nel parco degli acquedotti a Roma. Il fermato è un calabrese di 42 anni.

Gli agenti della squadra mobile di Roma, diretti da Renato Cortese, secondo cui il delitto sarebbe riconducibile a problemi connessi al rapporto di lavoro che legava vittima e omicida, hanno recuperato anche la pistola calibro 6,35 utilizzata per sparare.

Il42 enne è stato fermato stamattina presso la questura dell’Aquila da uomini della Squadra mobile romana e dell’omologo ufficio locale per l’omicidio di Ali’ Mohamed Mahmoud Salah Kamal, raggiunto da tre colpi d’arma da fuoco al torace nel primo pomeriggio di ieri.

All’uomo è stato notificato il provvedimento di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla procura di Roma alla luce delle risultanze delle indagini condotte dalla polizia.

Secondo quanto si è appreso l’uomo si sarebbe spontaneamente presentato ai poliziotti della Squadra Mobile della Questura di L’Aquila.

L’uomo è accusato di omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi. A firmare il fermo del presunto omicida è stato il sostituto procuratore presso la Repubblica dell’Aquila, Simonetta Ciccarelli che ha disposto per l’uomo il trasferimento nel super carcere dell’Aquila, in attesa del suo trasferimento a Roma.

L’arrestato ha raccontato agli agenti della Prima sezione Criminalità Organizzata della Squadra mobile dell’Aquila di aver vagato in auto insieme al figlio diciassettenne per l’Aquila e di aver dormito sempre in auo nei pressi della Questura, prima di decidere di consegnarsi alla giustizia.

Il figlio minore è stato affidato ad un fratello del presunto omicida che ha consegnato agli investigatori l’arma utilizzata per uccidere il sudanese.

Si tratta di una pistola con la matricola abrasa e modificata. Gli agenti della Mobile dell’Aquila hanno sequestrato gli indumenti che l’uomo indossava al momento dell’uccisione dell’extracomunitario.

Agli investigatori, il calabrese ha raccontato di aver notato il sudanese avere con se l’arma e da li’ sarebbe nata una breve colluttazione per impedirne l’uso nel corso della quale sarebbero partiti accidentalmente i tre colpi che hanno ferito mortalmente il sudanese. Una versione che non coincide con quella fornita da altri due testimoni di Roma, presenti nel Parco.

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