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‘Non se debiano poner misture nelle zaffrane’

di Vincenzo Battista

San Bernardino predica, nelle piazze, anche contro gli illeciti guadagni della preziosa droga dello zafferano. Predica, citando le ‘[i]quattro circostanze[/i]’, metafore del peccato: ‘[i]Primo è occultare la verità. Secondo è usare vari pesi e misure. Terzo è bagnare e umidare la mercanzia. Quarto, dare le cose non lecite, anco nocive[/i]’.

{{*ExtraImg_73832_ArtImgRight_287x500_}}Sono passati 125 anni, ma gli aquilani ‘insistono’. ‘[i]Che non se debiano poner misture nelle zaffrane come i indovinelle sfiorate separatamente dalle zaffrane, carducci, carne, pium’arso, avena, zuccaro, mele, vino ò altra qualsivoglia mestura et falsità per la quale se viene ad a agumentar il peso, et deteriorar et falsificar le zaffrane. . .[/i]’ E’ il quarto dei 12 ‘Capitoli della zaffrana‘ banditi nell’anno 1569, ma è anche la citazione delle più ingegnose, raffinate e nello stesso tempo spudorate tecniche di contraffazione, che non si fermarono nemmeno davanti alle nuove norme promulgate per porre un freno alle frodi fiscali sullo zafferano e innanzi agli agenti tedeschi, ai loro intermediari, costretti a risiedere nella città dell’Aquila per controllare le libbre, l’imballaggio e la spedizione dei soli stimmi verso la Germania.

{{*ExtraImg_73833_ArtImgLeft_279x500_}}Lo scenario: il commercio della preziosa spezia verso i ricchi mercati di Norimberga, di Augusta, di Ulma, di Nebbinger; gli alti profitti dei produttori locali che venivano pagati in contanti e in anticipo e le proteste continue dei tedeschi verso il Magistrato aquilano nonostante il sigillo della città sulle partite di libbre, garanzia dell’autenticità, dalle adulterazioni e sofisticazioni più impensabili come gli sciroppi caramellati, avena ‘[i]abrustulita[/i]’ e pesta, fibre di carne affumicata e in particolare le ‘[i]indovinelle[/i]’ (i tre stami gialli della corona del fiore) infilati dentro le matasse dei rossi stimmi seccati di zafferano, per avere più peso e più guadagni, che spinsero infine il Regio Doganiere a bandire anche ‘[i]la pena de cinq’anni de galera et ancho de perdere le zaffrane et farle brusciare nela piazza pubblica della città dell’Aquila[/i]. . .’

Anni cinquanta del secolo scorso. Lo scenario: la giovane donna risale la stretta valle di Civitaretenga passando davanti la chiesa della Madonna dell’Arco che conserva un affresco, si narra, dipinto anche con il colore dello zafferano in quello che potrebbe essere la conclusione, la sceneggiatura di un film in bianco e nero, neorealista, forse di Luchino Visconti. Torna a piedi, su una strada bianca la donna, in direzione di un paese del Gran Sasso dopo aver lavorato a Capestrano, da un proprietario di tre coppe di zafferano. Sulla strada incontra i genitori. La madre le dice se era stata pagata, se aveva i soldi, per comprare alla fiera di ‘Ognissanti’ un paio di scarpe al padre.

{{*ExtraImg_73834_ArtImgRight_300x199_}}Il contratto per queste giovani ragazze, allora, si chiamava “[i]la quindicina[/i]”: 15 giorni di lavoro a raccogliere e ‘sfiorare’ lo zafferano. Un lavoro che vedeva impiegata la manodopera femminile che dai paesi, in particolare la fascia alta del Gran Sasso, migrava presso le famiglie dei piccoli proprietari di fondi dell’aquilano coltivati a zafferano.

Le donne si riunivano, in gruppi, partivano dai paesi e restavano ospiti dalle famiglie: dormivano nei pagliai, nei fondaci. A ciascuna davano uno ‘[i]spianatore[/i]’, un vassoio in legno, su cui appoggiare i fiori e fino mezzanotte si lavorava. Dalle tre, la mattina, si raggiungevano i campi e la raccolta iniziava alle prime luci dell’alba. Al termine del lavoro venivano pagate anche con un canestro con il pane, farina, il granturco per la polenta e i ceci.

{{*ExtraImg_73835_ArtImgLeft_300x488_}}Si racconta di un mercante di San Nicandro che comprava gli ‘[i]indovinelli[/i]’. Arrivava con la biga. Questo commerciante la ‘[i]gialletta[/i]’, lo scarto del fiore, la pagava con gli oggetti di rame e con coperte per alterare il suo zafferano, pronto per i mercati ma ancora con ‘poco peso’ secondo le sue intenzioni, in una storia che si ripeteva, ma che anch’essa ci appartiene.

([i]Venerdì 2 novembre: il matrimonio pagato con tre chili di zafferano. Quarta puntata[/i])

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