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L’Aquila ha condannato la negligenza, non la scienza

Di Stefano Salustri

Come spesso accade in Italia, ognuno cerca di tirare l’acqua al proprio mulino. Ho letto diversi giornali dove erano riportati commenti di eminenti scienziati. Il coro scientifico è unanime nel condannare la richiesta di reclusione che il pm Fabio Picuti ha avanzato nei confronti dei sette membri della Commissione Grandi Rischi dell’Aquila.

Qualcuno non ha colto bene il punto e parla a vanvera. In un articolo di Libero, il Prof. Giulio Giorello dell’Università degli studi di Milano bolla la sentenza come una miope «ricerca di capri espiatori nella comunità scientifica».

Questo è un paese talmente abituato ai capri espiatori che si stenta a credere che qualcuno possa essere colpevole. Così come, a causa della nostra imbarazzante assuefazione all’impunità, stentiamo a credere che qualcuno possa davvero essere condannato. E se succede, allora la condanna viene trattata come se il giudice l’avesse letta direttamente dalle pagine di un romanzo di Kafka.

Ed è così che a leggere le dichiarazioni emesse da bocche illustri, sembra quasi che il processo di L’Aquila sia l’ultimo atto di una caccia alle streghe tra le macerie di una città fantasma. Ma non è affatto così. In quell’aula del tribunale non c’era desiderio di vendetta, solo rassegnazione. Le condanne sono tutt’altro che lusinghiere per i parenti delle vittime, danno solo la straziante consapevolezza che forse la morte dei loro cari si poteva evitare, se i membri di quella commissione non avessero minimizzato sui reali rischi e rassicurato la popolazione sul terremoto. Ciononostante, in aula c’è stata compostezza. Nessun applauso scrosciante, ma tante lacrime silenziose.

In una bellissimo e toccante commento sul giornale “il Centro”, che dirige, Giustino Parisse, a cui il terremoto ha portato via entrambi i figli, scrive: «non riesco ad immaginare quegli uomini […] come gli assassini dei miei figli». E ancora: «non provo nulla: né soddisfazione, né amarezza, né voglia di vendetta. Quando dentro si ha un dolore così lancinante, gli altri sentimenti si inabissano».

La stampa internazionale è confusa. Dalla BBC che definisce i terremoti “imprevedibili per natura”, al settimanale tedesco die Zeit che titola “nessun uomo è colpevole delle catastrofi naturali”, al Guardian inglese, che definisce il verdetto “agghiacciante”, allo spagnolo El Pais che osserva come “gli esperti siano diventati capri espiatori dei politici”, al quotidiano francese le Monde che riporta un’intervista al sismologo Pascal Bernard, il quale dice che la sentenza è “inaccettabile” e “costituisce un grave precedente”.

Insomma, le principali testate straniere considerano il verdetto esagerato ed ingiusto. Purtroppo però, leggendo i loro articoli, ci si rende conto di come si fossilizzino troppo sul fatto che i terremoti non siano prevedibili. Il giudice Picuti e gli aquiliani questo lo sanno bene. Quello che non riescono a comprendere sono la minimizzazione dei rischi e le rassicurazioni imprudenti. Così come non hanno mai capito la facilità con la quale il ricercatore Giampaolo Giuliani, un uomo inviso all’olimpo degli dei della scienza, fu denunciato per “procurato allarme”, solo per aver cercato di portare all’attenzione delle autorità le sue previsioni di un imminente sisma a L’Aquila nei giorni precedenti il 6 aprile 2009.

La sentenza non condanna la scienza, bensì la negligenza. Di fronte alle scosse di un terremoto è certamente lecito sbagliare previsioni, ma sicuramente colposo minimizzare i rischi.

Il verdetto non può certo restituire le vite inghiottite dalle macerie dell’Aquila, ma è doveroso nei confronti di tutto il popolo italiano. Perché in un paese afflitto da catastrofi continue, ognuno di noi può essere in qualsiasi momento la potenziale vittima di una commissione di esperti che magari minimizza i rischi reali per compiacere i politici e non creare allarmismi. E tali comportamenti vanno puniti eccome!

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