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Il profumo del fiore degli antenati

di Vincenzo Battista

Dovranno passare molte ore perché quell’odore particolare, acutissimo, che non somiglia a nient’altro che se stesso, si tolga dagli indumenti, dai vestiti che indossiamo.

{{*ExtraImg_73122_ArtImgRight_300x458_}}“Il rito” della tostatura, così chiamato, che vale tutta la stagione agricola, è appena iniziato, in religioso silenzio, con la massima attenzione riservata al più importante dei prodotti, su un semplice setaccio, di quelli che le donne usavano per separare la farina dalla crusca, tenuto da una corda per farlo oscillare sulla brace del camino. Sopra, i freschi filamenti degli stimmi di zafferano lentamente si cuoceranno e si essiccheranno, trasformandosi poi nella spezia “rosso croco” (Crocus sativus L.), liberando infine quell’odore che, annotava lo storico Sallustio, profumava le sale dei banchetti dei romani e nel periodo imperiale, come attesta Lucano, perfino le statue stillavano essenza di zafferano, mentre negli stessi teatri, sin dal tempo della Repubblica, con acque di zafferano si aspergevano le gradinate e con i fiori si riempivano i palchi all’arrivo dell’imperatore.

{{*ExtraImg_73123_ArtImgLeft_300x415_}}Noi, invece, siamo andati alla casa di un produttore di zafferano, a Navelli. I fiori sono messi su una stuoia, in penombra, per asciugarli e soprattutto per non far aprire la campanula che protegge gli stimmi, prima della “sfioratura” che deve essere fatta nella stessa giornata.

Fino agli anni cinquanta, raccontano, i fiori dai campi venivano trasportati sui carri o a dorso di muli, nei cesti o in grandi lenzuoli in tela, “i pannoni”: erano molti allora i fiori, e non potendoli lavorare in una giornata, li portavano in altri paesi utilizzando la manodopera locale, appunto per la “sfioratura”, oppure si scambiava il lavoro.

Il vicinato si riuniva, parenti e amici, e si diceva:”[i]dagli a sfiorà a papà che alla fiera vi faccio comprare scarpe e vestiti[/i]”.

{{*ExtraImg_73124_ArtImgRight_300x488_}}Con rapidi gesti le “cianche” (stimmi) e la “gialletta”, “femminuccia” (gli stami) vengono tolti dal calice del fiore per formare piccoli mucchi sul tavolo continuamente rifornito di fiori di zafferano. Poi verranno passati sulla brace e infine questa sorta di pane prezioso, questa matassa di stimmi rossi appena essiccati verrà avvolta da un panno di cotone e poi ancora da un panno di lana infeltrito, di colore scuro, per non disperdere l’aroma e proteggerli dalla luce, messo infine dentro un comò della camera.

Sembra di assistere alla fasciatura di un neonato. Anzi, lo zafferano veniva usato anche per lui in una sorta di fitoterapia parallela, medicale: la poltiglia di stimmi masticati dalla madre veniva strofinata sulle gengive per calmare i dolori dei primi denti, come le foglie di coca per le popolazioni andine; oppure per infusione gli stimmi venivano utilizzati per i dolori addominali e le scottature, attraverso varie preparazioni di medicina popolare; poi per cicatrizzare le ferite, per i dolori mestruali, per procurare l’aborto e infine anche per il raffreddore.

{{*ExtraImg_73125_ArtImgLeft_300x268_}}E’ quasi notte quando andiamo via. Sui campi sono rimasti alcuni fiori, quelli della “scavatura”: una forma di tradizione antichissima ancora simbolicamente conservata dai coltivatori a favore dei poveri, quelli che andavano di nascosto a raccoglier gli ultimi fiori della giornata. Pochi grammi. Li vendevano ai commercianti, che anche per loro tiravano fuori il bilancino di ottone, per pesare l’oro dei poveri.

[i](Lunedì 29 ottobre: “Non se debiano poner misture nelle zaffrane” – Terza puntata)[/i]

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