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Epatite B: un malato su due non lo sa

Si conclude oggi l’XI Congresso Nazionale della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (www.simit.org), con il Patrocinio del Ministero della Salute, che si è svolto tra le città di Chieti e Pescara. Sono stati oltre mille i presenti tra specialisti, universitari e ospedalieri, e gli operatori del settore medico farmaceutico: tra i temi trattati quelli di clinica e di terapia delle principali sindromi e malattie infettive, terapia e la gestione delle infezioni batteriche difficili, nuovi approcci nella gestione delle infezioni croniche da epatite Hcv, la recrudescenza della tubercolosi sempre meno sensibile all’azione degli antibiotici.

Sono stati presentati, inoltre, i nuovi risultati della ricerca sull’epatite di tipo B. Gli specialisti del SIMIT hanno lanciato un appello alle istituzioni: «occorre una continua attenzione sulla malattia, ed essere concentrati per la risoluzione dei problemi. Ben il 30% dei pazienti ha uno sviluppo sfavorevole: il numero è alto e richiede attenzione».

«Circa la metà dei pazienti con epatite cronica di tipo B non è a conoscenza del loro stadio – sostiene Evangelista Sagnelli, Professore Ordinario della Seconda Università di Napoli e Past President Simit- quindi diventa difficile risolvere globalmente il problema. Occorre fare dei test, ma hanno un costo notevole.

Il trattamento terapeutico è possibile, non soltanto con l’interferone, ma con dei nuovi farmaci che riescono a sopprimere la replicazione in maniera efficientissima: sono gli analoghi nucleotidici o analoghi nucleosidici, che vanno somministrati ogni giorno con una sola compressa. Ma si tratta solo di soppressione ed, una volta terminata la somministrazione, ricomincia la replicazione. Ci sono, però, farmaci davvero efficienti: per questi le resistenze sono bassissime, dallo 0 all’1%».

I fattori primari di rischio per l’infezione da Epatite B sono i seguenti: sesso rischioso e non protetto, sesso con più partner o con un partner che fa uso o ha usato droghe, scambio di siringhe infette, trasfusioni o terapie di sangue non controllate, esposizione professionale per il personale medico e paramedico, tatuaggi o fori nella pelle con strumenti non monouso sterili, viaggiare o vivere in zone con alti indici di infezione da virus dell’Epatite B, come l’Asia Sud Est, il bacino delle Amazzoni in Sud America, le Isole del Pacifico, il Medio Oriente.

«Sono 600mila i soggetti con infezione cronica di tipo B, ma la metà di questi non lo sa – continua il Prof. Sagnelli – C’è ancora molta gente che muore di epatite, in quanto lo stato terminale della malattia è la cirrosi, la quale è quasi sempre mortale. Per ogni anno circa il 4% di pazienti con epatite cronica sviluppa la cirrosi, tra quelli già in cirrosi circa il 2-3% sviluppa un epatocarcinoma, che è un tumore primitivo del fegato».

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