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Tornando in Val Raio

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di Angelo Fusari*

Luglio 2012. Ero in un rifugio alpino del Trentino sperduto tra le dolomiti del Brenta. Ero lì per trascorrere la notte poiché l’indomani mattina, al primo chiarore dell’alba del nuovo giorno, avevo deciso di salire sulle vette ancora imprigionate da lembi di neve ghiacciata dell’inverno. Il volto segnato dalla stanchezza era rischiarato dalla tenue luce di una piccola candela poggiata su un vecchio cippo di abete lavorato a forma di gnomo. In quel mentre la mia mente si affollava di ricordi legati alle Alpi, a queste memorabili vette di confine dove ho trascorso tantissimo tempo della mia vita e dove ho lasciato i ricordi più significativi e più emozionanti degli anni di gioventù. L’Abruzzo e il Trentino, le mie due terre assimilate dalle tante montagne e dalla tenacia delle loro genti che, nel grande e continuo sacrificio, riescono a costruire, di giorno in giorno, tra quegli angusti spazi la propria vita, la propria esistenza.

Chissà come e perché, in un attimo di intensa riflessione, in quel letto povero e duro del rifugio, ho avuto il corpo pervaso da un brivido, al pensiero insistente della terra d’Abruzzo: della Val Raio dove avevo lasciato, in preghiera ad aspettare il mio ritorno, la vecchia mamma e mio fratello Ezio. Mio fratello, il migliore compagno di cordate, un vecchio alpino della leggendaria brigata alpina Julia, che da oltre un decennio, con rassegnazione e pazienza, vive il suo calvario della vita: gli effetti devastanti e irreversibili di un inaspettato ed improvviso incidente sul lavoro. Ricordo, pure, che al momento del saluto di ogni partenza per le Alpi, la mamma si chiudeva in un silenzio profondo che sapeva di attesa, di angoscia, fino a quando sarei tornato in paese. A loro sono molto legato e con loro cerco di vivere parte del tempo libero, oltre a quello occupato nei miei impegni giornalieri, di famiglia e di studio.

Non mi era mai successo. Avevo una gran voglia di tornare in quel piccolo mondo lontano, tra la mia gente, e rivedere le strade dell’infanzia e della fanciullezza. Ripercorrere i vecchi sentieri delle alture dell’Appennino centrale dove, un tempo lontano, iniziai a segnare i primi passi in compagnia del nonno Paolo: l’uomo della grande guerra del secolo scorso (1915-18), l’uomo delle Tofane di Cortina di passo Falzarego e della Marmolada, luoghi dove aveva combattuto con le truppe alpine italiane e dove fu ferito in maniera assai grave. Dopo alcuni giorni di permanenza e dopo aver vagabondato tra l’Adamello e le rosee vette dolomitiche della Val Rendena, immerse in un antico silenzio, feci ritorno a casa. Avevo coniato nella mente quelle immagini di così tanta natura e perfezione da non poterle mai dimenticare. Arrivai verso l’ora di sera e, nonostante la stanchezza del viaggio, ebbi ancora la forza di percorrere i poggi solitari di Tornimparte ancora illuminati dai chiarori dell’acceso tramonto, segnato dal sole morente verso il passo di Castiglione. Salutai i miei famigliari, già da tempo ad aspettarmi. Trascorsi la notte, sorpreso da un sonno profondo.

Durante le ore del riposo il pensiero mi portava lontano nel tempo: quando, ancora ragazzo, correvo tra le siepi di ginestre e biancospini con i miei compagni, alcuni dei quali partiti per terre lontane, senza fare mai più ritorno. Come sappiamo, la montagna di giorno in giorno detta le sue regole ai propri abitanti, fatte di durezza e resistenza fisica, condizioni non da tutti accettate. Nella quiete del letto affioravano nella mente le immagini dei filari di rondini sui cavi della corrente tra le vecchie case cotte dal sole dell’estate che, nell’approssimarsi dell’autunno con le sue giornate grigie e di poca luce, sembravano dare l’ultimo saluto alle genti del luogo partendo per lidi più caldi. Questo atteggiamento lasciava immaginare, con tristezza, la fine della calda stagione e l’approssimarsi del lungo e rigido inverno della valle. Questa terra fatta di ricordi, dal fascino diverso dalle altre, dai colori tenui della primavera e dell’autunno, non può essere dimenticata. Questa terra dai freddi ed argentati chiarori lunari dell’inverno non può essere abbandonata ma, al contrario, raccontata nel tempo a venire.

Il giorno successivo al mio arrivo, come tornato ragazzo, mi recai nei luoghi più significativi del passato, nei luoghi dove, un tempo lontano, facevano eco le voci dei miei compagni ansimanti sui prati dietro ai vari giochi. Nel momento in cui, lentamente, percorrevo quelle tortuose vie strette del vecchio e solitario paese, capii di essermi improvvisato un uomo deluso e senza meta, alla stessa maniera del Carducci quando, tornando davanti San Guido tra i vecchi cipressi che portavano a Bolgheri, cercava qualcosa ormai lontano. Qualcosa che potesse riportarlo indietro nel tempo, all’età della spensieratezza. Lassù nella solitudine continua della valle il tempo si è fermato. Ogni cosa è rimasta al proprio posto, ogni cosa è silenzio, nel silenzio interrotto ogni tanto dai versi logoranti del vento che, implacabile, sollecita i vecchi portoni e gli usci di case abbandonate che con il loro cigolio sembrano parlare, lamentare qualcosa. Sono solo, a meditare in un cantuccio tra le mura ingiallite e i ricordi del piccolo borgo. Sono solo, ad immergermi nella vita trascorsa ricordando ogni cosa: così pure gli amici che, in età prematura, ci hanno lasciato e che adesso riposano in pace nel piccolo cimitero della valle, in compagnia del persistente mormorio del viale alberato e sotto la vigile scorta delle montagne a loro care. Nel magico e al tempo stesso struggente silenzio qualcuno mi sente, mi vede: è un gattino, con voce disperata cerca qualcuno cui stare vicino.

Ci sono luoghi che non conoscono rumori, dove il silenzio è preghiera, dove la natura si esprime nelle sue immagini e forme più eleganti. Ci sono luoghi, come quello dove sono, avvolti nel mistero e nella speranza di tornare a rivivere con la propria gente, anche se un po’ diversa e un po’ cambiata. Tante volte ho lasciato la valle e le sue cime per mete lontane: tante volte, se pure a distanza, il pensiero mi riportava nel suo grembo, nei suoi borghi arroccati come cespugli, sugli colli scoscesi. Tanti i desideri di conoscere il mondo dell’alto. Tante le notti trascorse nei rifugi alpini meditando sui domani, in compagnia di persone sconosciute. Tante le vette conquistate. Tante le sorprendenti e fredde bufere vissute tra i ghiacciai eterni a volte scintillanti ad ogni piccolo raggio di sole. Tante le persone, gli amici conosciuti con i quali avevo condiviso ore di sacrificio e di vita in comune.

Questa è la montagna, questa la mia storia: una storia che è nella mia famiglia, nello studio e nella ricerca della mia Fisica, sulle mie montagne cui devo tanto della mia formazione interiore. Ad esse debbo le emozioni più vere e più significative, vissute tra i suoi particolari ambienti di quiete, leggende e segreti. Ad esse debbo l’aver assaporato l’essenza di una vita giusta e serena. A tal punto da sentirsi rapito, interiormente, lo spirito, tenuto per sempre con esse, mentre ti raccontano il tempo remoto, la loro eternità.

E’ proprio nei momenti di difficoltà e di sconforto della vita che tra le montagne ho ritrovato la calma per affrontare il domani, guardando gli sconfinati orizzonti negli sconfinati silenzi. Proseguo il mio breve viaggio nel luogo semi-abbandonato, avendo sempre nella mente la speranza di trovare qualcosa, di trovare qualcuno. Invano. E in quella persistente ed affannosa solitudine, mi accorgo che c’è solo la voce della brezza della valle che, dal vecchio castagneto, scende ad aggirarsi tra quegli spazi desolati e vuoti. Sembra dirmi di non attendere, di non illudermi. Tutto ciò che è passato è un rimpianto, un lontano ricordo, alla stessa maniera del pensare alla mia seppur tanto sognata, poi fuggente, infine svanita gioventù.

Dedico questo scritto a mio fratello Ezio e alla mia vecchia mamma che, nel silenzio delle loro tante difficoltà della vita, hanno avuto sempre la forza per un sorriso ad ogni mio atteso ritorno.

[i]*fisico aquilano appassionato di montagna[/i]

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