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Dentro il tuo tempo ho guardato la città

di Ariale

Ruggisco roteo vorticosamente prendo forza mi alzo e poi mi abbatto colpisco e mi rialzo. Cambio luoghi, non ci sono spazi sconosciuti, mi aggiro famelica in cerca di prede, sovrasto, comando, cambio vita e storie.

Sono passata di qui. Il luogo mi è piaciuto l’ho trovato fertile, mi sono annidata nella conca aquilana, mi sono riprodotta, giro fra le persone, le ammalio, le seduco, mi impossesso dei loro percorsi, stano le armonie.

Tutto salta. Gli uomini cambiano, posseduti da una forza cupa, le donne perdono la dolcezza, i bambini si incattiviscono, i muscoli si tendono, le sembianze cambiano

Il sistema sociale si ammala, le reti solidali si indeboliscono.

Sono la lusinga della incapacità, della debolezza, della rassegnazione.

No, io non ci sto, non faccio graduatorie delle tragedie, non voglio pagelle” mi dice questa ragazza consapevole, anche se giovane, della mia forza.

Io le giro attorno, la annuso, la lambisco, ma sento una resistenza forte in lei, una forza che non corrisponde alla sua età. Non riesco a convincerla

“Il paragone fra le due realtà terremotate è fuori luogo e misura, non può reggere, è oltremodo ingiusto per la nostra comunità. Ci sono terre e terre. Vocazioni, storie e morfologie diverse. Sono le geografie a guidare i destini di un territorio e a tramandarne segreti antichissimi a chi sappia ascoltarli” mi dice calma “e le capacità imprenditoriali sicuramente non ci appartengono, in una realtà così stratificamente aspra. Qui da sempre lo [i]skyline [/i]è rotto dalle montagne, barriere di comunicazioni, totem mentali, scudi culturali. La comunità aquilana è endemicamente chiusa come lo sono le culture montane rispetto a quelle marine o collinari dell’Emilia o di altre. La nostra è storia di una città, all’inizio di confine fra due regni, poi legata alle vicende meridionali che sicuramente non hanno privilegiato l’economia e l’iniziative”.

La guardo, io che esisto dalla notte dei tempi. Mi piace questa ragazzina, ma anche no, perché è tenace come la pietra, mi respinge.

“Non è giusto che chi ricopra compiti istituzionali si esprima con un livore così ingiustificato nei confronti di un territorio, diffondendo una immagine non decorosa della nostra città”

Ansimo, le giro intorno, la tento. Lei continua irremovibile

“se quelle parole di critica erano rivolte ai politici concordo sul fatto che la non comune veduta degli amministratori danneggi le politiche territoriali. Se invece erano rivolte a un territorio nel suo complesso, cioè a noi, persone comuni, normali che viviamo sulle spalle ogni giorno ogni minuto, con estremo disagio, i limiti e l’arroganza di una politica governativa e locale, allora mi indigno per i toni ingiustificatamente aspri e rabbiosi proprio da parte di chi, [i]super partes[/i], dovrebbe condannare, con irremovibile rigore, qualunque cosa possa risultare mortificante, umiliante ed inappropriato per un territorio.

Fare graduatorie e dare voti sulle tragedie, quello sì che è indecoroso

Cerco di insinuarle dubbi, le soffio intorno, leggo nella sua mente, studio un possibile varco.

Voglio coltivare in lei la debolezza, la rassegnazione, la sfiducia, la cattiveria rabbiosa.

Sono riuscito a dividere lì dove bisognava essere uniti.

Lei continua con inusitata energia

“Subito dopo il sisma, il concentrarsi esclusivamente sulle [i]new town[/i], tralasciando il cuore della nostra città, ha avuto effetti devastanti, a catena: la destrutturazione personale è andata di pari passo con il degrado e l’abbandono del centro storico aquilano, custode delle nostre più intime ritualità e del Dna lì gelosamente difeso.

Proprio la bellezza ed il valore artistico delle nostre piazze, i vincoli storici, le testimonianze di un passato importante si sono rivelati un’arma a doppio taglio: è più complesso intervenire dove la pietre sono così intensamente intessute di storia. Come non tener conto di questo nei giudizi mortificatori?

La geografia e la storia hanno dettato i percorsi di questa città. E come giovane cittadina aquilana respingo con fermezza le insinuazioni di debolezza”.

Ha finito di parlarmi. Non ha avuto tentennamenti. Faccio un passo indietro. Ho contagiato migliaia di adulti, qui, ma con i giovani non è così semplice. La roccia della sua giovinezza mi mette alla prova. La sua risolutezza mi ha indebolito. Loro sono la forza.

La guardo, li guardo tutti questi ragazzi, e vedo nella loro ostinazione a rimanere qui un attaccamento autentico, generoso, inconsapevole di quanto possa essere aspro dispiegare le proprie energie in territori già di per sé difficili tanto più se investiti da una tragedia e da un gestione invalidante per i prossimi anni.

Ma vedo nel loro non andar via nell’ostinato, e rituale, ritorno in centro storico, un valore insito che mi parla, già di per sè, di un progetto di vita futuro.

Nonostante le incapacità, i politici, i disastri, le congiunture economiche, nonostante i giudizi, completamente fuori luogo, fuori misura, di chi dovrebbe cogliere il carattere di una comunità per trovare soluzioni vincenti e non vede lì, a portata di mano, la feroce risolutezza di persone che provano a ripartire con onestà, nonostante tutto, nonostante tutti, come la roccia di queste montagne, come la roccia di questi giovani.

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