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Pettino, un immenso diario

di Ariale

Ero immersa nei miei pensieri quando hanno suonato alla porta. Non aspettavo nessuno per cui mi sono affacciata alla finestra. Mia sorella è entrata trafelata, con il viso stanco da morire, la felpa impolverata ed il cappuccio sulla testa perché iniziava a far freddo. La sera stava salendo dalla terra e le prime ombre addolcivano la notte che con il suo buio avrebbe coperto tutto, anche i nostri pensieri. Aveva in mano 4 libri e me li ha allungati. All’inizio non capivo… poi mi ha detto che era stata “a Pettino… a casa vecchia. Ho liberato quasi tutto, ormai, prima di abbatterla. Ho ritrovato tanti di quei ricordi, non puoi capire, scarpine piccolissime di Fede, le sue copertine, il suo ciuccio, zaffate di odore di tempi andati che mi hanno colpito in viso come schiaffi. E fra i testi scolastici che usavo al Liceo Scientifico anche questi tuoi diari… persi sia nella mia che nella tua di memoria… non so neanche perché li avessi io”.

Molto incuriosita li ho puliti e li ho aperti per far scendere le piccole briciole della casa che li custodiva. Non avevo minimamente ricordi di quelle pagine… neanche le copertine mi dicevano niente. Eppure un diario lo prendi e riprendi, lo curi gelosamente in posti sicuri.

E’ stato il tatto a parlarmi… il contatto con quella copertina di pelle ormai avvizzita e un lontanissimo odore di cuoio mi hanno dato un pizzico al cuore. Quello che non mi aveva detto la vista mi è arrivato come un incendio dagli altri sensi e ho riviste le mie mani cicciotelle di bambina prendere in mano la penna con l’inchiostro blu, aprire il diario e cominciare a scrivere nell’angolo della cucina dove, vicino al termosifone, avevo un banchetto da scuola, la testa piegata sul foglio per non sbagliare immancabilmente le doppie, la bocca aperta nello sforzo di concentrarmi, mentre mamma puliva le lenticchie per la cena. Dalla finestra vedevo il Gran Sasso, quasi sempre con un cappuccio di neve, e lo guardavo per trovare il filo di quello che volevo raccontare.

Il mio nome era scritto con una calligrafia rotonda, da bambina, e le pagine ingiallite mi parlavano di ricordi persi.

18 marzo 1966- [i]“oggi a scuola ho pianto. La maestra mi a strillato e mi ha messo 2 al dettato. Io le dicevo che non l’avrei più fatto ma lei non a voluto sentire e mi ha anche fato male alla testa. Sono tornata a casa con il fazzoletto di Loredana”[/i]

Lo scritto era sbafato . . . le lacrime cadendo avevano allargato a chiazza l’inchiosto e la pagina era tutta macchiata a pozzanghere. Rammentavo vividamente il mio primo 2. Sopra le i, al posto del puntino, avevo fatto farfalline, fiorellini e li avevo colorati. Ero contentissima e avevo portato il quaderno alla maestra. Lei aveva avuto una reazione assurda… aveva messo un 2 sottolineato rabbiosamente più volte e poi, quando mi ero voltata per tornare sconvolta al banco, un ceffone improvviso mi aveva colpito alla nuca…Ricordavo perfettamente il respiro che mi era mancato per la sorpresa, il rossore che si allargava sul viso mentre frastornata ed umiliata tornavo alla mia sediolina, con la testa bassa e le lacrime che scivolavano fra i singhiozzi che mi scuotevano. Loredana, la mia amichetta di banco, mi aveva passato il suo fazzoletto.

19 gennaio 1969 – [i]Oggi Loredana è entrata piangendo a scuola. Anche sua mamma piangeva… noi ascoltavamo zitte zitte la maestra che diceva che i medici dovevano amputare la gamba al fratello …ma noi non sapevamo che cosa significava amputare e non capivamo niente. Poi Loredana ci ha detto che la gamba malata doveva essere tagliata. Io sono rimasta a bocca aperta…Ci siamo tutte alzate e abbiamo abbracciato Loredana. A me mi veniva pure da piangere. L’ho stretta forte forte. [/i]

3 giugno 1969 – [i]Oggi è il compleanno di Lori. Compie 10 anni. Le ho regalato un cucciolo di cane con un fiocco azzurro grande grande intorno al collo. Lei appena lo ha visto ha fatto cadere tutto ciò che aveva in mano ed è corsa verso di lui con le braccia aperte. Lo ha chiamato Peppe. Era proprio tanto contenta… ha preso il mio diario e ha scritto “Saremo per sempre le migliori amiche del cuore. Ti voglio tanto bene . Lory”. Anche io ti voglio bene [/i]

Riconobbi le nostre calligrafie. La sua si allargava diagonalmente sulla pagina con il pennarello fucsia che usava spesso. Al posto del punto aveva fatto un piccolo cuoricino con le nostre iniziali dentro. Io ci avevo incollato anche la foto di Peppe.

Gli anni delle medie erano senza diario. Avevo riniziato a scrivere solo alle Superiori quando l’amore aveva riempito di significati le mie giornate.

Io e Loredana ci eravamo iscritte al Liceo Classico.

9 ottobre 1977: [i]Madonna, Madonna, ho visto . . . CESARE. Lui è al III Liceo, quest’anno si diploma e io mi sento una cretina insipida quando lo incrocio. Loredana mi ha detto che dobbiamo fare una strategia. Oggi pomeriggio, dopo aver studiato, ci vediamo alla colonna e mettiamo a fuoco il piano.[/i]

10 novembre 1977: [i]Loredana è un genio… tanto ha detto, tanto ha fatto che Cesare mi ha notata…siamo già usciti insieme 3 volte… io mi sento come un missile che sta per atterrare sulla luna. Ma è così che ci si sente quando si è innamorati? Sono euforica, vedo tutto come se avessi un settimo senso, le sensazioni sono tutte più marcate… i colori più splendidi, io più luminosa, rido di più, mi sento più bella . . .[/i]

10 novembre 1980: [i]Oggi sono tre anni che sto con Cesare. Tutto è in funzione di questo amore che non riesco a contenere. Solo il suo abbraccio ha il potere di appagarmi. Sono tanto contenta e mi dispiace che Loredana invece sia stata meno fortunata di me, almeno per ora… voglio inondarla con la mia felicità, tenerla per mano come facevamo da bambine; anche per lei ci saranno giornate nuove. E’ solo questione di tempo![/i]

Pagine e pagine piene di amore per Cesare, anni: io che mi diplomo lui che si laurea in medicina, io che inizio a lavorare come bibliotecaria e poi finalmente il matrimonio, voluto, desiderato, sperato. Loredana mia testimone a sacralizzare noi tre.

L’ultima pagina del diario era scritta al 19 dicembre 1986. Era un’annotazione frettolosa: [i]domani sera Loredana verrà a cena . . . finalmente glielo potrò dire… non vedo l’ora… chissà come sarà contenta… se nasce femmina le darò proprio il suo nome!!![/i]

Non ricordavo niente di quei diari, di quei ricordi, di quelle parole . . . era stato difficile leggerli e pensare che appartenessero a me. Era stato tutto rimosso. Però la sera del 20 dicembre me la ricordavo… ed anche bene. A volte la vita rimane ancorata ad un solo momento.

Avevamo finito di mangiare. Sulla tavola i resti della cena che avevo preparato con molta cura: il rollè di tacchino con le patate arrosolate proprio come piacevano a Loredana. Resti di buccia di mandarino a contrastare il rosso della tovaglia natalizia, l’odore che penetrava nelle mani mentre separavamo gli spicchi dolciastri.

Ero seduta a capo tavola e Cesare era di fronte a Loredana. Con la voce rotta dall’emozione ed il cuore che batteva forte le dissi, prendendole le mani: “Sai Lori? Aspettiamo un bambino!!!! . . .” e l’ho stretta forte forte con tutto l’amore che avevo per lei mentre guardavo felice mio marito.

Loredana impallidì ed io mi preoccupai subito di cosa avesse. Mi alzai premurosa dalla tavola e di spalle andai verso il lavandino con il bicchiere in mano. Fu a quel punto, lo ricordo benissimo e lo ricorderò sempre, con il rumore dell’acqua che usciva, che intravidi con la coda dell’occhio Cesare allungare di slancio le braccia sul tavolo verso quelle di Loredana e lei ritrarre repentinamente le sue nel più assoluto silenzio, mentre si guardavano intensamente negli occhi.

Fu allora, con quel gesto istintivo e clandestino, che la mia vita si fermò e sentii chiaramente scoppiare tutto dentro di me.

A volte i corpi parlano come le parole non farebbero mai e tradiscono i sentimenti più negati o nascosti.

A volte è tutto raccolto in un momento, che ti salva o ti uccide, in un gesto istintivo, in una casualità non prevista, in un’intuizione folgorante.

A volte la vita prende una direzione da dove non sarà mai più possibile tornare indietro, anche se tu lo vorresti tanto e daresti chi sa cosa per un piccolo giro di moviola.

In una frazione di secondo una scossa brutale entrò a folgorare tutte le mie certezze.

Avvertii il dolore del bruciore, mi si annebbiò la vista, le ginocchia cedettero, la testa si piegò in avanti come se non fosse più sostenuta dal collo. Mi accartocciai su me stessa e il mio mondo si frantumò per sempre in mille schegge, come il bicchiere che mi cadde dalle mani e sfregiò quel pavimento colpevole di essere testimone del più infame dei tradimenti: la mia migliore amica di sempre con il mio amore di sempre.

Mi rannicchiai in un angolo della stanza, inginocchiata, disperata, a gemere una solitudine che non mi avrebbe più lasciata, muta e sorda, dissociata, a guardare ottusa l’albero di Natale, le sue lucette, i regali impacchettati, i mobili che ancora odoravano di nuovo, mentre lacrime secche sancivano la fine del mio cuore spaccato e le loro voci, care fino ad allora, mi raggiungevano da un oblio lontano, da un mondo polverizzatosi all’istante, mentre muovevo smodatamente le mani a scacciare abissi invisibili, come una donna improvvisamente impazzita.

Poi, in lontananza, il rumore della sirena e una luce arancione che illuminava a sprazzi le vie scure..

E’ questo l’ultimo ricordo di una vita durata 26 anni… colma di una candida ingenuità sino ad allora.

Poi il buio, la mia voce che si ammutolì per sempre con loro, il silenzio che seguì il mio divorzio, il matrimonio e la separazione, questa volta la loro, e un mondo che si perdeva.

La mia bambina è nata 7 mesi dopo quella sera e le misi nome Vittoria. L’ho cresciuta da sola.

Per anni non ho più saputo chi fossi, divisa fra la vendetta, il perdono e l’oblio.

Non è vero che il dolore fortifica. Il dolore può anche ucciderti, farti morire prima di morire.

Non mi sono né vendicata, né ho perdonato. Ho più semplicemente rimosso tutti i ricordi per darmi un’altra possibilità di vivere storie, che comunque non ci sono più state, nè amicizie profonde, che ti rassicurano quando senti che la mente ti abbandona.

Ho avuto incontri, mi sono fatta apprezzare nel lavoro, dirigo un’ importante biblioteca, Vittoria si è finalmente laureata dopo incredibili sacrifici, ma sono rimasta un’invalida…perché la paura ha ucciso le possibilità e l’amore, spentesi all’unisono quella sera di dicembre.

Da allora ogni notte mi sono avvolta nel sudario della mia vita, sperando di riuscire finalmente a percorrere l’ultimo miglio, questa distanza che è sempre mancata ai miei intimi traguardi, che mi ha separato dalle speranze, i sogni, i bisogni; un ultimo miglio che pensavo irraggiungibile fino a quando le mani di mia sorella hanno restituito la memoria e la genuinità di una bambina e poi di una giovane donna, con la polvere che scendeva da quelle righe di vita tradita che dileguava finalmente la mia amarezza e ritrovava la luminosità dei sentimenti autentici dei miei 26 anni, rimasti intatti per così tanto tempo e che chiedevano finalmente di poter andare, vivere e bruciare definitivamente quell’ultimo miglio, che così duramente mi aveva tenuto lontano dai bagliori della vita.

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